Cronaca di un naufragio annunciato

di | 21/05/2022

Finito il tempo delle metafore e delle allegorie: Östlund ci serve un instant movie sulla catastrofe in corso

Dolly de Leon e Chabibi Dean in una scena di Triangle of Sadness di Ruben Östlund.

Dolly de Leon e Chabibi Dean in una scena di Triangle of Sadness di Ruben Östlund.

Ho esitato a pubblicare questa recensione perché rileggendola mi sono chiesto se non ci fossi andato giù con la mano troppo pesante, non nella critica al film ma per le considerazioni riguardo al momento storico che stiamo vivendo. Poi però mi sono detto che i miei toni da Cassandra sono giustificati perché se fino a qualche anno fa potevamo ancora andare a vedere un film come I figli degli uomini1 ed uscire dal cinema dicendoci: “Be’, il nostro non sarà un mondo perfetto ma per fortuna siano ben lontani da questi incubi”, dopo la pandemia e la guerra in Ucraina se ci capita di rivedere quel film la reazione probabilmente è piuttosto: “Accidenti, ci siamo dentro”. È difficile stabilire se scrittori come Huxley, Orwell, Bradbury e Dick fossero particolarmente visionari o profetici, o se viceversa gli ingegneri delle nostre società sempre più autoritarie e controllate si siano ispirati (consapevolmente o meno) alle loro opere. Sta di fatto che le peggiori previsioni sull’involuzione della nostra società si stanno tutte avverando, più una che non era stata prevista e che sta già mostrando il suo potenziale catastrofico: il cambiamento climatico. L’amara conclusione è che oggi ambientare una storia in una società distopica equivale purtroppo a descrivere il mondo in cui viviamo. E se un film come Triangle of Sadness2 solo qualche anno fa poteva essere considerato una godibile commedia, oggi è lo sconfortante e inquietante apologo di una società (la nostra) chiaramente sull’orlo della catastrofe: politica, sociale e ambientale.

Mentre guardavo il film ero un po’ sconcertato dall’apparente totale assenza di ogni ricorso a simboli e metafore, sia nell’intreccio che nella messa in scena. Le nuove generazioni sono vacue e non sembrano avere nessun altro interesse che non sia scambiarsi freneticamente video brutti e idioti (se non razzisti e diffamanti) e crogiolarsi in un narcisismo di continui selfies? Dal ricco sfondato al proletario sfruttato e frustrato, tutti indistintamente mirano al denaro come unico mezzo non solo per concedersi i lussi più sfrenati, perché sono convinti che quello sia l’unico stile di vita degno di essere vissuto, ma soprattutto per dimostrare che non si è degli sfigati? Ebbene Östlund realizza un film in cui personaggi, situazioni e dialoghi vengono mostrati per quello che sono, senza filtro (come recita il titolo della versione francese), un film in cui c’è una totale aderenza della descrizione alla realtà. Un film che si apre con uno sguardo beffardo sul mondo della moda, che forse più di ogni altro sintetizza la vacuità alla base della nostra civiltà. La sequenza centrale, la cena di gala in mezzo alla tempesta, descrive esattamente, alla lettera, senza fare ricorso a codici, allusioni o allegorie, l’assurdità che caratterizza lo stato in cui versa la nostra cosiddetta civilizzazione: nonostante tutti abbiano il mal di mare continuano a mangiare e a bere, perché le portate sono così sofisticate ed insolite e la cornice così esclusiva che bisogna rimanere a tutti costi, salvo poi correre a fare le valigie anche se la nave è in balìa delle onde in mezzo al mare, mentre il comandante è più interessato a dispute politico-filosofiche che alla sicurezza dei suoi passeggeri (Concordia docet). L’altro elemento sconcertante è che nessun personaggio si salva. In The Square3 (qui la nostra recensione) almeno la servitù assisteva divertita e in disparte alla ignobile e deplorevole farsa della cena di gala con performance (ancora una cena di gala…), ma in Triangle of Sadness anche l’addetta alle pulizie, Abigail, nel momento della verità tira fuori il peggio di se’. Mentre i due protagonisti, malgrado le lunghe discussioni sul denaro, il femminismo, il significato di essere una coppia, si dimostrano non meno vacui dei miliardari con cui condividono la crociera, in particolare quando Carl provoca il licenziamento del mozzo per futili motivi. Con queste premesse, l’epilogo da isola dei famosi, con tanto di uccisione eroica di un povero asino, in cui nessuno lesina cattiveria, egoismo e crudeltà non desta nessuna sorpresa e può quasi essere visto a cuor leggero, salvo il colpo di scena finale.

Il corollario di questa presa d’atto che tutti, ma proprio tutti, hanno completamente perso il contatto con la realtà è che nessuno ha gli strumenti non diremo culturali ma neanche logici per cogliere simboli o metafore, quindi ogni tentativo di portare il discorso su un livello più elevato è francamente fatica sprecata. Non siamo più dalle parti del cinema di un Buñuel o di un Ferreri, con le loro eleganti ed elaborate critiche della società borghese capitalista: in fondo se siamo sull’orlo del baratro è proprio perché a suo tempo non siamo stati capaci di cogliere il senso di quelle critiche, e oggi non siamo neanche più in grado di vedere i segni fin troppo evidenti della catastrofe incombente.

A ben vedere però simboli e metafore ce ne sono, soprattutto nella sequenza finale: Abigail e Yaya discutono di come gestire il ritorno alla “normalità” (quante volte abbiamo sentito questa cantilena nei primi giorni della pandemia quando ci si diceva che “dopo l’emergenza” tutto sarebbe dovuto cambiare) in mezzo ad una foresta incontaminata, simbolo di una società ancestrale, dove è spuntato quasi dal nulla un ascensore, simbolo del progresso tecnologico e quindi del futuro. Östlund è molto pessimista: per lui non c’è salvezza, le cose sono sempre andate così nel passato e continueranno ad andare così anche nel futuro. Nell’ultima scena un uomo corre disperatamente nella natura selvaggia, lottando contro gli elementi naturali che gli sbarrano il passo. Per Östlund l’uomo, inteso come specie homo sapiens sapiens, è inadatto a vivere su questo pianeta, è un elemento estraneo, che a sua volta tratta la natura, e fin troppo spesso anche i suoi simili, come qualcosa di estraneo a se’. Questo concetto viene mostrato anche nella sequenza centrale, in cui tutti vomitano e defecano copiosamente: i prodotti della terra e del mare fuoriescono da tutti i canali disponibili, organici e tecnologici. Semplicemente non si riesce a trattenerli, perché incompatibili col corpo umano e con le sue estensioni.

  1. Children of Men, regìa di Alfonso Cuarón, USA-Regno Unito-Giappone 2006, 109’  
  2. Triangle of Sadness, regìa di Ruben Östlund, Svezia-Germania-Francia-Regno Unito 2022, 149’  
  3. The Square, regìa di Ruben Östlund, Svezia-Germania-Francia-Danimarca 2017, 151’  

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