Dalla Bastiglia alla Birmania, gli sguardi sui (e dei) popoli in lotta per i propri diritti

di | 07/09/2018

Dalla ricostruzione dei mesi più caldi della rivoluzione francese alla lotta per la sopravvivenza del popolo Rohingya: un confronto tra il romanticismo europeo e la poetica orientale sul tema universale dei diritti dell’uomo

Wanlop Rungkamjad e Aphisit Hama in "Manta Ray" di Phuttiphong Aroonpheng.

Wanlop Rungkamjad e Aphisit Hama in “Manta Ray” di Phuttiphong Aroonpheng.

Pierre Schoeller ci presenta un nuovo film sulla rivoluzione francese: nella selezione ufficiale, fuori concorso, Un peuple et son Roi comincia con l’immagine di un vetraio parigino (Olivier Gourmet) al lavoro mentre manipola il vetro appena uscito dalla fornace, una materia incandescente che diventerà un oggetto fragile, chiara metafora di un popolo oppresso pronto a insorgere che aspetta risposte dall’Assemblea nazionale. “Dove sono finiti gli autori?”, sembra invece chiedersi Roberto Andò in Una storia senza nome, dolente commedia con risvolti thriller sulla inevitabile decadenza di una cultura (la nostra) solo pochi anni fa fiorente. Ancora un thriller, ma decisamente meno comico, anche perché ispirato ad una storia vera, Driven di Nick Hamm che ci mostra il marcio e l’insospettabile innocenza dell’impero oltreoceano. L’elaborazione di una perdita in Introduzione all’oscuro di Gastón Solnicki, un uomo che vaga per le strade di una grande città forse per dimenticare, forse per vivere fino in fondo il suo dolore.

Nella sezione Orizzonti Kucumbu Tubuh Indahku (Memories of My Body) di Garin Nugroho, il corpo come campo di battaglia, oggetto di desideri incoffessabili, strumento di ribellione. Notevole per le immagini, la sceneggiatura e l’interpretazione Kraben Rahu (Manta Ray) di Phuttiphong Aroonpheng, elegia sulle sorti di un popolo, i Rohingya, brutalmente perseguitati dallo stato birmano: l’acqua ed il mare come simboli e mezzi di morte e di salvezza, di purificazione ed espiazione, mentre luci incerte fluttuano nella foresta,  aspirazione all’oblìo ed alla giustizia.

Nelle Giornate degli Autori Mafak (Screwdriver) di Bassam Jarbawi: ambientato nella Palestina occupata dei nostri giorni, è un interessante esperimento di raccontare il dramma interiore di un uomo condannato ingiustamente in un film corale in cui nessuno sembra voler capire che l’avversario non è dove le autorità (di entrambe le parti) lo indicano.

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