Amore e guerra a Tel Aviv

di | 01/09/2017

Alla Mostra del cinema di Venezia tre film sull’aggressività come risposta all’ingiustizia e al dolore per la perdita di persone care

Una scena di "Foxtrot" di Samuel Maoz

Una scena di “Foxtrot” di Samuel Maoz

Si legge spesso che la comunità israeliana è attraversata da profonde divisioni e cova conflitti laceranti, ed è solo a causa del conflitto con i palestinesi che riesce a tenersi unita. Samuel Maoz in “Foxtrot” rappresenta questa tensione tra spinte centrifughe e richiamo all’unità su piani molteplici: le relazioni interpersonali, gli spazi, i suoni. Dietro l’apparenza di una storia ordinaria, per quanto tragica, con il pretesto di voler semplicemente descrivere la condizione di un modo di vivere condizionato dall’ossessione militare, Maoz mostra come questa militarizzazione sia ormai interiorizzata in ogni ambito. Il film oscilla continuamente dal campo di battaglia all’appartamento cittadino: da una parte militari in uniforme, dall’altra civili acculturati si impongono un’autodisciplina che sfocia spesso in nevrosi incontrollate. Lo spazio, sia esso la patria da difendere a tutti i costi o l’architettura ricercata di una casa dell’alta borghesia, è oggetto di continua verifica. Infine il foxtrot, una danza in cui sembra che ci si sposti ma in cui in realtà si rimane sempre nello stesso posto, girando in tondo.

Ancora il medio oriente nella sezione Orizzonti nel bel film di Vahid Jalilvand “Bedoune Tarikh, Bedoune Emza” (“No Date, No Signature”): un incidente apparentemente banale spalanca le porte del dubbio, tra sordidi sotterfugi e il potere delle convenzioni sociali, nello stile freddo e distaccato del miglior cinema iraniano contemporaneo.

Nella Settimana della critica la storia di Nahuel, adolescente colto nel passaggio drammatico all’età adulta in “Temporada de caza” (“Hunting Season”) di Natalia Garagiola, dove le luci nette e i colori saturati dei paesaggi austeri dell’Argentina del sud offrono lo scenario ideale per la catarsi dei personaggi.

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