La signora canta il gospel

di | 15/02/2019

Dopo quasi cinquanta anni finalmente viene mostrato il film che Sydney Pollack aveva realizzato per documentare l’esibizione di Aretha Franklin da cui era stato tratto l’album “Amazing Grace”

Aretha Franklin

Aretha Franklin

In una delle sequenze più esilaranti di The Blues Brothers1 il reverendo Cleophus James durante la sua omelia intona un classico del gospel, The Old Landmark, e trascina i fedeli venuti ad ascoltarlo in un crescendo di canto e danze sempre più scatenate, finché perfino il rude e scettico Jake Blues vede la luce. Quel reverendo altri non è che James Brown, che aveva mosso i primi passi nel mondo della musica proprio cantando gospel. Come lui molti altri interpreti della musica afroamericana, in particolare del rhythm and blues e del soul, hanno cominciato la loro carriera artistica con il gospel (contrazione dell’inglese medievale good spell, cioè buona novella o Vangelo), a volte perché da bambini andavano a messa nelle chiese nere dove il gospel era ed è un elemento centrale del rito religioso, oppure perché erano figli dei pastori di quelle stesse chiese.

Un caso notevole è quello di Aretha Franklin che si fa presto un nome come interprete e autrice di composizioni soul. Nel 1972, all’apice del successo, la Franklin decide che è il momento di rendere omaggio alle sue radici gospel e realizza due concerti, in due serate consecutive, a Los Angeles nella New Temple Missionary Baptist Church, a cui partecipa anche suo padre, il reverendo Clarence LaVaughn Franklin (noto anche come l’uomo con la voce da un milione di dollari). Ne viene fuori un album live intitolato Amazing Grace2 che riscuote un successo clamoroso (oltre 2 milioni di copie vendute negli Stati Uniti). La casa discografica intuisce l’importanza dell’evento e chiama il regista Sydney Pollack ad effettuare delle riprese per poi farne un film. Pollack completa il montaggio della pellicola nei tempi previsti ma per motivi tecnici (difficoltà nel sincronizzare l’audio con le immagini) l’uscita del film viene sospesa e la pellicola dimenticata in un magazzino. Devono passare trentacinque anni prima che quel materiale venga acquistato dal produttore Alan Elliott che riesce a sincronizzare l’audio ma il film di nuovo non viene distribuito a causa dell’opposizione della stessa Franklin ad utilizzare il materiale. Bisognerà aspettare la sua morte nel 2018 e l’assenso della sua famiglia perché il film finalmente possa essere distribuito, con lo stesso titolo dell’album: Amazing Grace.

La giusta intuizione di Pollack consiste nel non cercare a tutti i costi l’inquadratura suggestiva, l’immagine coinvolgente ma piuttosto nel rendere l’atmosfera di un lavoro in corso d’opera e fa di necessità virtù, per esempio mostrando senza censura il luogo del concerto, una sala arredata in modo un po’ spartano che con le sue file di sedili reclinabili in tessuto azzurro ha tutta l’aria di essere una sala cinematografica convertita (è il caso di dirlo) in luogo di culto (si potrebbe dire che in un caso o nell’altro sempre di visioni si tratta). Pollack non si limita ad aggiungere immagini all’audio di quel disco leggendario, ma cerca al contrario di mostrare la musica che nel disco invece non c’è, e non può esserci. Qualunque musicista o teorico della musica vi dirà che l’esecuzione musicale non consiste solo in una successione di suoni ma anche in silenzi, respiri, interazione tra esecutore e pubblico. Dunque nelle sue parole di benvenuto il reverendo James Edward Cleveland, che fa gli onori di casa e in alcuni casi suona e canta con la Franklin, ricorda ai presenti che quello a cui stanno per assistere non è un concerto ma una vera e propria funzione religiosa. Quindi rispetto per il luogo ed il rito che viene celebrato, ma anche e soprattutto invito alla partecipazione, sempre secondo i canoni: con commenti ad alta voce, possibilmente cantati, e ampio ricorso al linguaggio del corpo (largamente utilizzato e incoraggiato nelle chiese afroamericane, contrariamente al cattolicesimo che invece lo reprime e mortifica), con battimani e movimenti che ricordano l’estasi mistica, per un pubblico (o per meglio dire assemblea di fedeli) peraltro composto quasi esclusivamente da neri con pochissime eccezioni, alcune notevoli come Mick Jagger e Charlie Watts (a Los Angeles per le registrazioni di Exile on Main St.). Il gospel è chiaramente altra cosa dal soul e la Franklin mostra tutto il suo talento nella padronanza e accortezza con cui traduce e utilizza in modo adeguato il linguaggio della musica profana nella musica sacra: il fervore diventa ispirazione, la sensualità rapimento spirituale.

La pellicola ci mostra quello che il vinile non ci può far vedere, per esempio una Aretha Franklin sempre estremamente ispirata e concentrata, che in un caso interrompe un brano dopo poche note per chissà quale minuscola imperfezione (che chi scrive non è riuscito a cogliere), oppure il gioco di sguardi con i coristi, il direttore del coro e con gli altri membri della band, o ancora un corista che si asciuga le lacrime di commozione ed una donna che non riesce a trattenere il suo entusiasmo. E trattandosi di una messa gospel non può mancare il classico The Old Landmark: chissà se nel pubblico oltre a Mick Jagger non c’era anche un certo John Landis…

  1. The Blues Brothers, regia di John Landis, USA 1980, 133′, Universal Pictures  
  2. Amazing Grace, 1972, Atlantic Records  

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