L’amarcord melanconico di Cuarón

di | 30/08/2018

Il regista de “I figli degli uomini” e di “Gravity” torna ai luoghi e ai tempi della sua infanzia con un omaggio alla dignità e al coraggio dei diseredati

Una immagine di "ROMA" di Alfonso Cuarón.

Una immagine di “ROMA” di Alfonso Cuarón.

Dopo aver volteggiato in 3D con Sandra Bullock e George Clooney nello spazio, Cuarón torna sulla terra e in particolare nella sua terra e alla sua infanzia raccontando la storia di una donna a servizio presso una famiglia altoborghese nella Città del Messico dei tumultuosi primi anni ’70. A differenza dell’Altman di Gosford Park, dove lo sguardo oscilla in movimenti verticali dagli appartamenti lussuosi dei ricchi ai piani superiori fin giù nei sotterranei dove si affaccendano donne e uomini di servizio, Cuarón invece preferisce lente carrellate laterali, perché il formato grandangolo non è sufficiente a tutto comprendere.

Anche la scelta del bianco e nero, con chiari riferimenti al neorealismo, non fa tanto pensare alla solennità di un film d’autore o di un documentario di altri tempi, ma al bisogno di semplicità e sintesi, e per concentrarsi sull’introspezione psicologica dei personaggi, ciascuno alle prese con le proprie preoccupazioni. Cuarón ci tiene anche a prendere le distanze dal mezzo cinematografico, con un episodio permeato di amara ironia: è al cinema che Cleo e Fermín inizialmente si conoscono e danno inizio ad una relazione che per la protagonista è molto importante, ed è sempre al cinema che la loro storia finisce nel modo più squallido.

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