Le rovine circolari di David Claerbout

di | 23/03/2017

Passato, presente e futuro dell’Olympiastadion di Berlino nell’installazione dell’artista belga che inaugura il centro di arte contemporanea Kindl

L'installazione "Olympia"

L’installazione “Olympia”

L’Olympiastadion è noto soprattutto per aver ospitato le olimpiadi di Berlino del 1936, imponente scenario del controverso “Olympia” di Leni Riefenstahl. Voluto da Hilter e progettato dall’architetto Werner March, avrebbe dovuto resistere per mille anni: tale era la durata del Terzo Reich che i gerarchi si attendevano. David Claerbout si è chiesto come apparirà l’Olympiastadion tra mille anni. Ne è venuta fuori l’installazione “Olympia”, aperta fino al 28 maggio 2017 nel padiglione Kesselhaus del centro di arte contemporanea Kindl a Berlino.

Per questa installazione Claerbout non si è limitato alla ricostruzione digitale dello stadio, ma ha anche utilizzato un programma di simulazione per ricostruire, o forse sarebbe meglio dire distruggere, l’aspetto dello stadio nel futuro. Giocando anche sul fatto che lo stadio si trova a pochi chilometri dall’installazione, Claerbout ha aggiunto un’ulteriore funzionalità: la luce e le condizioni meteorologiche dell’installazione riflettono in tempo reale le condizioni del sito in cui si trova l’Olympiastadion: se sull’Olympiastadion piove, piove anche nella ricostruzione digitale; mentre se sul vero Olympiastadion splende il sole, lo stesso è anche nell’immagine proiettata nel padiglione del Kindl; e la posizione del sole nella ricostuzione è la stessa che nel sito dell’Olympiastadion.

Se dividiamo mille anni per la durata dell’installazione, ogni giorno che passa nella ricostruzione corrisponde a circa quattro anni nella realtà ricostruita, ogni minuto a circa due ore. L’installazione si situa quindi tra due forze contrarie: da un lato la dislocazione temporale nel futuro, quindi in un tempo per definizione incerto; dall’altro la rigorosa ricostruzione delle condizioni attuali. Se si aggiunge infine il fatto che l’immagine di partenza non è l’Olympiastadion di oggi, risultato di restauri e modifiche, ma quello originariamente pensato da March, il conflitto tra il rigore scientifico e tecnologico utilizzato per l’installazione e la supposta realtà obiettivo dell’installazione pone lo spettatore in uno stato di incertezza assoluta. Sin dal primo istante in cui l’installazione è stata fatta partire ci troviamo già nel futuro, per cui la prima riflessione immediata riguarda l’esistenza stessa del monumento: non è escluso che ben prima dei mille anni auspicati da Hitler e immaginati da Claerbout l’Olympiastadion venga completamente distrutto, per cause umane o naturali, per cui ogni istante nella ricostruzione successivo a quel momento, per ora solo teorico, è puramente virtuale. La seconda riflessione riguarda la modalità di rappresentazione: la luce e le condizioni meteorologiche sono rese in tempo reale, quindi in un rapporto 1:1 con la realtà, ma siccome ogni minuto corrisponde a due ore il tempo si dilata o si restringe a seconda del punto di vista.

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