No country for children

di | 16/02/2013

Un’altra grande interpretazione di Luminita Gheorghiu nel nuovo film del regista rumeno

PosiziaCopiluluiMeritato Orso d’oro alla Berlinale 2013, “Pozitia Copilului” è il terzo lungometraggio del regista rumeno Calin Peter Netzer, un film notevole sotto molti aspetti: per le domande che pone, per l’interpretazione degli ottimi attori, per la sceneggiatura e le scelte registiche. In continua tensione tra stile documentaristico, quindi oggettivo, e punto di vista della protagonista, quindi oggettivo, il film si snoda su due temi principali: la corruzione, spirituale e materiale, e la natura dell’amore filiale.

Come rappresentare la corruzione morale di una società? Netzer, scegliendo di filmare con una camera a mano in uno stile ed un ritmo documentaristico, senza musiche in sottofondo, ce la mostra come qualcosa di naturale, quindi strutturale in una società. Il ricorso a luci e colori freddi, che danno quasi una sensazione di bianco e nero, suggerisce invece posizioni nette, senza sfumature: qui entriamo nel mondo della protagonista, Cornelia. I movimenti nervosi della camera testimoniano che non c’è spazio per pensare, discutere: le decisioni di Cornelia sono quindi le uniche giuste. Questa donna sembra sempre a suo agio, sa come gestire qualunque situazione; è madre non solo di suo figlio ma di tutti quelli che la circondano, materna oppure provocante a seconda dei casi, una madonna profana che perdona qualunque peccato, previo accordo sull’importo da pagare.

Come rappresentare l’ambivalenza dell’amore filiale? Come manipolazione, la dissimulazione come prassi di vita. Tutte le cose non dette, i tanti dialoghi incompiuti del film rivelano che anche l’onnipotente Cornelia sfugge alla realtà che non le conviene. È chiaro che il suo continuo prodigarsi non è amore per gli altri, e in effetti non solidarizza affatto con la famiglia della vittima, ma per se stessa: altro motivo per riempire ogni scena di lei. Paradossalmente questa inflazione rivela un profondo senso di impotenza: l’amore filiale, e men che meno la stima del figlio Barbu, non si possono comprare. Questa madre onnipresente, e ciononostante sempre distante, ricorre a un ostentato distacco e una sprezzante freddezza per dissimulare il perseguimento di obiettivi fin troppo evidenti; e infatti anche quando si crede di averne colto tutte le sfumature salta fuori qualcosa di insondabile. Dalla dimensione individuale si torna a quella collettiva se interpretiamo la freddezza come superiorità, espressione e prassi del potere.

L’ultima sequenza ci mostra madri che si commuovono per la perdita dei propri figli, che si struggono al pensiero di quello che avrebbero potuto essere, in una ambiguità (che a volte sfocia nella morbosità) che caratterizza tutto il film: qual è il posto giusto di un figlio secondo la madre? Troppo controllo porta alla morte spirituale, come Barbu (e l’ex marito) che si muove come un fantasma, un essere vuoto senza una sua vera personalità; ma nessun controllo può portare alla morte fisica. Ironicamente anche la posizione della madre è ambigua: seria e colta appassionata di teatro musicale o frivola arrampicatrice sociale?

A controbilanciare lo svolgimento lineare dei due temi principali, Netzer ricorre ad un andamento circolare quando, in preparazione agli eventi successivi, inserisce un frammento d’opera lirica: il melodramma per eccellenza, la messa in scena suprema che trasfigura un evento. Si crea quindi una tensione tra la freddezza delle ambientazioni, rappresentata dalla geometria e asetticità delle abitazioni alto borghesi dei protagonisti, e dalle luci al neon del posto di polizia, e dell’agire di Cornelia, i cui movimenti nei vari ambienti sembrano seguire una rigorosa e ineluttabile successione di deduzioni logiche, e l’“umanità”, l’emotività nel modo in cui l’occhio del regista segue lo svolgersi degli eventi. Tensione che sembra sciogliersi nel finale ambiguo, richiamo e chiusura del cerchio con la sequenza del melodramma durante il quale tutto era cominciato.

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