Sospesi nel tempo e nello spazio: le cronache dal confinamento di Assayas

di | 19/02/2024

Bilanci esistenziali e ricerche del tempo perduto, tra fantascienza e resoconti dell’isolamento più o meno forzato

Vincent Macaigne e Nine d'Urso in una scena di Hors du temps di Olivier Assayas.

Vincent Macaigne e Nine d’Urso in una scena di Hors du temps di Olivier Assayas.

Continuano ad essere ancora pochi i film in cui la recente pandemia non è semplicemente menzionata di sfuggita per via delle mascherine indossate dagli attori o dai personaggi di contorno ma è il tema principale: in concorso Hors du temps di Olivier Assayas è il resoconto quasi autobiografico del periodo dei confinamenti, e delle conseguenze che il vivere isolati o forzatamente in compagnia comporta. I protagonisti, il regista Étienne, suo fratello Paul e le rispettive compagne, si sono ritirati nella casa di famiglia in campagna, e sembrano passare una vacanza permanente, ma i ritmi alterati dalla sospensione di tutte le attività sociali riportano a galla vecchi conflitti e obbligano tutti a ripensare il modo di organizzare la propria vita e soprattutto a fare un bilancio di quello che si è fatto. Il parco che circonda la casa, grande e quasi selvaggio, offre il quadro di natura accogliente e arcadica, ma paradossalmente è proprio quella natura ad aver creato il virus che ha obbligato tutti a dover cambiare radicalmente le proprie abitudini.

Nella sezione Panorama un altro film di fantascienza francese, che stavolta si prende apparentemente un po’ più sul serio di Bruno Dumont: Pendant ce temps sur terre di Jérémy Clapin comincia con una bella citazione dell’estetica della rivista di fumetti Métal Hurlant per poi fare un remake new-age del classico L’invasione degli ultracorpi.

Nella sezione Forum la performance Nanacatepec di Elena Pardo e Azucena Losana sovrappone a due film in 16 mm la proiezione di diapositive, l’esecuzione di musiche dal vivo e la manipolazione di oggetti che interferiscono con le immagini proiettate: il titolo allude ad una località messicana, paese di origine degli autori della performance, in cui esseri viventi di tipo diverso formano una rete di interazioni e comunicazioni, in un gioco di rimandi tra immagini proiettate che ispirano azioni dal vivo che, a loro volta, dialogano con la natura rappresentata.

Il programma 1 dei Berlinale Shorts comincia con Stadtmuseum / Moi Rai (City Museum / My Paradise) di Boris Dewjatkin, un omaggio molto “berlinese” alla città del festival, e del suo ruolo, non si sa quanto voluto, di museo all’aria aperta, e alla necessità di salvaguardare non solo le (poche) rovine della seconda guerra mondiale ma anche e soprattutto le testimonianze della vita culturale degli ultimi decenni. In Circle di Joung Yumi si indaga sul significato di spazio nelle relazioni umane e di condivisione di valori condivisi. Adieu tortue di Selin Öksüzoğlu è un bell’omaggio alle atmosfere dei classici turchi del dopoguerra, attualizzato ai temi urgenti dell’emancipazione della donna. In Oiseau de passage di Victor Dupuis una riflessione amara sulla ineluttabilità del desiderio: due giovani uomini si ritrovano per perdersi di nuovo, stavolta per sempre.

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