Una storia d’amore in apnea

di | 23/02/2020

Il disperato bisogno d’amore di una donna in una città simbolo dei conflitti più laceranti della storia recente

Paula Beer in Undine di Christian PetzoldIl visitatore attento, dopo aver espletato le formalità della porta di Brandeburgo, della Alexanderplatz, della Potsdamerplatz e forse del Museo di Pergamo, si accorge ben presto quanto l’acqua sia onnipresente a Berlino: non solo la Sprea ma anche innumerevoli canali e laghi. L’acqua amplifica i già grandi spazi di una città in perenne cambiamento, trasfigurata, trasformata, distrutta e ricostruita, con i suoi edifici e monumenti finto-antichi, come il discusso castello (il Berliner Stadtschloss), una città (e a ben vedere una intera nazione) in continua tensione tra passato e futuro, conservazione e cambiamento. Una città che è costretta ad aggrapparsi al suo passsato per liberarsi dei terrificanti fantasmi di un passato neanche tanto lontano (le rivelazioni sul passato nazista del fondatore e primo direttore della Berlinale, Alfred Bauer, hanno indotto a rinominare il premio omonimo in un premio più generico della 70a Berlinale) e ritrovare la sua identità di città progressista e tollerante (nel senso migliore del termine) ma che è anche il simbolo, nel bene e nel male, del progresso e del potere eoconomico-politico.

Undine, con i suoi tormenti tra un fidanzato un po’ bolso ma dall’aria rassicurante che l’ha appena lasciata e un nuovo amante che fa un lavoro a volte affascinante ma anche pericoloso, incarna questa città, lasciandosi fluttuare nelle acque. Ma siccome Berlino non sarebbe più la stessa senza l’acqua, anche Undine presto si identifica nell’elemento incarnandone la fluidità, il senso di leggerezza e l’ebbrezza di chi vi ci immerge, e la sua potenziale letalità. Undine è una guida turistica dall’aria tipicamente annoiata di chi deve ripetere continuamente la stessa solfa ma anche il carattere tipico di Berlino, città sorniona ma che sembra dire ad ogni angolo che nasconde segreti insospettabili.

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