Agnieszka Holland torna alla Berlinale con un thriller ecologista mentre Yang Heng con il suo nuovo film conferma l’ottimo stato di salute del cinema cinese

Una scena di “Ghost in the Mountains” di Yang Heng
Il rapporto tra uomo e natura, l’attrazione per gli animali selvatici (e coloro che li difendono) contro la necessaria, forse indispensabile, discrezione nel proteggerli/filmarli in “Pokot” di Agnieszka Holland, in cui la calma (apparente) di un villaggio di campagna è turbata da una serie di fatti inquietanti. Atmosfere da kolossal hollywodiano in “Viceroy’s House” di Gurinder Chadha, fuori competizione, polpettone storico-sentimentale sulla divisione tra India e Pakistan all’indomani dell’indipendenza che ha almeno il merito di mostrare la vera faccia del potere dietro i politici e le trattative di facciata. In “Una mujer fantástica” Sebastián Lelio racconta le umiliazioni che ancora oggi devono subire i transessuali nel Cile contemporaneo.
Nella sezione Panorama, in “Fra balkongen” (“Dal balcone”) Ole Giaever ci mostra i film delle vacanze di famiglia e si interroga nientemeno che sul nostro posto nell’universo e sul senso della vita. I vagabondaggi di un uomo tra città in perenne costruzione, ruderi di fabbriche abbandonate e foreste abitate da monaci buddhisti in “Ghost in the Mountains” di Yang Heng, bel film meditativo in cui la fissità delle immagini e la lentezza dei movimenti inducono all’osservazione e alla scoperta di dettagli inattesi. In “Strong Island” Yance Ford cerca di elaborare il trauma della perdita di suo fratello, ennesima vittima di una società ancora ben lontana dall’integrazione.
