Sally Potter mette a nudo senza pietà l’ipocrisia di certi intellettuali, ma per ora è il cinema degli altri continenti a dominare la Berlinale

Una scena di “The Party” di Sally Potter
La giornata si apre con il primo dei due film tedeschi in concorso, “Helle Nächte” (“Notti bianche”) di Thomas Arslan sui tentativi di riavvicinamento tra un padre e un figlio in vacanza forzata nelle lande nordiche: gli ampi spazi di una terra sconosciuta incitano alla fuga e alla separazione ma allo stesso tempo chiamano al ritorno tra braccia familiari. Tra “Carnage” e la cena delle beffe, Sally Potter in “The Party” sceglie il bianco e nero ed una suddivisione metodica degli spazi e dei ritmi per sottolineare e soprattutto sbeffeggiare l’ipocrisia e la vanità di voler spiegare e gestire tutto con la razionalità. Dopo un inizio folgorante da action movie alla Hong-Kong, il veterano della Berlinale Sabu in “Mr. Long” racconta la redenzione di uno spietato killer ad opera di un orfanello in cerca di un padre.
Ancora cinema orientale ma questa volta cinese nella sezione Panorama con “Bing Lang Xue” di Hu Jia: due ragazzi e una ragazza alla scoperta dei limiti propri e della società in cui vivono.
Nella sezione Forum si torna in Giappone con “Yozora ha itsu demo saikou mitsudo no aoiro da” di Yuya Ishii, poema urbano sulla solitudine e le affinità elettive. Uno dei film più belli visti finora alla Berlinale è un’opera in tre parti dell’artista/documentarista argentino Adrián Villar Rojas: “El teatro de la desaparición” è uno studio sul fascino della visione e della manipolazione della materia, delle immagini, dello scorrere del tempo.
