L’età dell’oro

di | 22/02/2018

Nell’ottava giornata della Berlinale gli sguardi di e sugli adolescenti, e sui tesori materiali e spirituali di cui sembrano i naturali depositari

Una immagine di "Amiko" di Yoko Yamanaka.

Una immagine di “Amiko” di Yoko Yamanaka.

Il direttore della Berlinale Dieter Kosslick giustamente insiste sul tema dei rifugiati e propone in concorso un film in cui si prova a rompere il muro dell’indifferenza giocando sulla distanza temporale: il regista svizzero Markus Imhoof in “Eldorado” torna ai suoi ricordi d’infanzia quando, durante la seconda guerra mondiale, la sua famiglia aveva accolto una bambina sfollata da Milano, in fuga dai bombardamenti, e pensa agli italiani (e agli europei in generale) di oggi e di come accolgono i rifugiati. Nel secondo film della giornata nella selezione ufficiale Alonso Ruizpalacios, con Gael Garcia Bernal protagonista e produttore, in “Museo” ricostruisce la clamorosa vicenda avvenuta nella notte di Natale 1985 quando due studenti di veterinaria di Città del Messico mettono a segno un colpo clamoroso: rubano dal Museo Nazionale di Antropologia alcuni dei pezzi più pregiati. Nell’ultimo film in concorso della giornata Adina Pintilie in “Touch me not” esplora fantasie e tabù, non solo nella sfera sessuale, in tempi di grandi fratelli e profili internet in cui il limite tra pubblico e privato è sempre più labile e spogliarsi (metaforicamente e materialmente) davanti ad una fredda e anonima macchina da presa è forse più confortevole che confidarsi a una persona cara.

Nella sezione Panorama due film a metà tra documentario e finzione: l’India delle sette ben poco (o forse troppo) religiose e della piaga della sottomissione della donna in “Garbage” di Qaushiq Mukherjee (Q). In “Trinta Lumes” Diana Toucedo segue una coppia di adolescenti affascinati dalle leggende di alcuni luoghi misteriosi in un piccolo villaggio in mezzo alla natura.

Nella sezione Forum le dure giornate dei militari russi in una base siberiana in “Syn” di Alexander Abaturov. Yoko Yamanaka invece tratteggia il ritratto di Amiko, nome che dà anche il titolo al film, dolce e al tempo stesso spigoloso come l’età della protagonista adolescente.