L’eterno amore/conflitto tra padri e figli nei film in competizione, mentre Moodysson torna con un bel ritratto di adolescenti nella Stoccolma post-punk
“Sionista!” urla al regista Yuval Adler una spettatrice alla fine della proiezione di “Bethlehem”, accusa decisamente ingiusta per un film in cui i conflitti mediorientali più che biblici assumono piuttosto contorni, luci ed atmosfere da tragedia greca: il giovane Sanfur, che vive con l’apparente disinvoltura dei suoi 15 anni la duplice veste di complice di suo fratello, il famigerato terrorista Ibrahim, e di informatore segreto dei servizi israeliani, è combattuto tra il rispetto per il padre naturale che non fa che umiliarlo e trattarlo come un bambino e l’affetto per l’agente Levy che invece lo fa sentire “grande”. Soggetto simile, stavolta però in versione country, anche nell’elegiaco “Joe” di David Gordon Green dove un enorme (fisicamente e artisticamente) Nicolas Cage deve fare una gran fatica per contenere la sua rabbia contro le crudeltà e le ingiustizie del mondo e resistere alla tentazione di sostituirsi al padre alcolizzato, crudele e senza scrupoli, del puro Gary.
Scene da un matrimonio nella provincia tedesca in “Die Frau des Polizisten” di Philip Gröning: 59 capitoli per raccontare con tenera spietatezza l’insondabile e insostenibile mistero dei rapporti umani. (Grande) silenzio e contemplazione si alternano a esplosioni di violenza incontrollata e inesplicabile. Ancora crisi nei rapporti di coppia ma con uno stile decisamente meno intimista in “The Canyons” di Paul Schrader, thriller disinibito alla De Palma, geometrico nell’intreccio come nelle ambientazioni con continui colpi di scena in cui tutto è teso all’esasperazione dei personaggi e soprattutto dello spettatore. Alta tensione anche nel cupo, nelle sequenze notturne come in quelle diurne, “Night Moves” di Kelly Reichardt, dove un attentato ecologista si trasforma in una tragedia umana che travolge un malcapitato campeggiatore e gli imbranati autori dell’esplosione di una diga.
A risollevare l’animo ci pensano le piccole punk di “Vi är bäst” (We Are the Best!) di Lukas Moodysson. Con il loro anticonformismo e spontaneità liberatori sembrano in ogni istante sul punto di esplodere: le inquadrature strette e le ambientazioni in interno nordico riescono a malapena a contenere l’esuberanza contagiosa di tre adolescenti di Stoccolma decise a formare il loro gruppo punk per controbattere l’ipocrisia degli adulti e di tanti loro coetanei e divertirsi senza inibizioni e con una notevole dose di coraggio e sana incoscienza.
La temperatura media registrata oggi in Sala Grande è di -12 ºC.
