Una serie di conti da regolare con la politica, con il cinema e con l’incomunicabilità nella coppia

Nanni Moretti nella sequenza finale de Il sol dell’avvenire.
In Intervista1 due pittori dipingono un cielo azzurro e qualche nuvoletta su uno sfondo nel teatro 5 di Cinecittà (scambiandosi insulti a suon di parolacce): è la prima di una serie di citazioni, soprattutto felliniane, di cui è costellato Il sol dell’avvenire2. Un film che ne contiene almeno tre (perché c’è anche quello sul nuotatore…): la rivoluzione ungherese del ’56 vista dai membri di una sezione del Partito Comunista Italiano, una storia d’amore accompagnata da canzoni italiane, un conflitto padre-figlio che si risolve in un arido apologo sulla violenza gratuita. A questo si intreccia la crisi di coppia del regista e i suoi dubbi politico-esistenziali: la moglie va dallo psicanalista per riuscire a trovare la forza e il modo di dire al marito che si devono separare, mentre Giovanni è spesso in difficoltà quando deve spiegare le ragioni delle sue scelte etiche ed estetiche. Il film si sviluppa quindi su due piani paralleli: da una parte la voglia di dire le cose, dall’altra la totale incapacità di comunicazione, con Moretti che sembra dire che il cinema, e l’arte in generale, sono strumenti per dire cose che non si è capaci di dire attraverso i canali “normali” della comunicazione, per ragioni emotivo-caratteriali o per il gap culturale-generazionale. Moretti recita scandendo le parole, allusione all’approccio didattico tipico di un certo modo di essere comunista di altri tempi, e questo approccio pedagogico si esprime anche attraverso numerosissime citazioni cinematografiche, una ennesima dichiarazione d’amore per il cinema che non è mai stato così esplicito. Con una preferenza, come accennavamo all’inizio, per Fellini, con la sequenza finale di La dolce vita3 ma anche una inattesa allusione a La voce della luna4, che ironicamente si trasforma in una scena del peggiore cinema gore.
Nonostante i temi affrontati, soprattutto quelli politici, rimane un film personale e intimista: forse più che in altri film di Moretti ci sono scene corali (il circo, gli assembramenti spontanei dei militanti, i set cinematografici), ma siccome tutto ruota intorno alla realizzazione di film, le ambientazioni, anche quelle in esterni, sono quasi sempre chiaramente in un teatro di posa o, se in luoghi reali, ricorrendo quasi sempre a piani intermedi o primi piani, quasi mai a piani panoramici. Questa scelta contribuisce a suggerire, forse anche in chiave consolatoria, quanto per esempio la mancata condanna da parte del Partito Comunista Italiano della repressione sovietica a Budapest fosse qualcosa di costruito, fasullo, che non rispecchiava i sentimenti dei militanti comunisti dell’epoca.
Anche la sequenza finale della marcia sulla via dei fori imperiali è ripresa in piani medi, probabilmente non solo per puntare l’attenzione sugli altri personaggi del film e su tante attrici e attori che hanno lavorato in passato con Moretti. E nell’immagine finale Moretti guarda direttamente in camera e saluta gli spettatori: forse un ciclo che si chiude, ed uno nuovo che si apre?
