Da piaga a fonte di guadagno: una bella risposta alla retorica occidentale secondo cui l’Africa ha bisogno di noi per (soprav)vivere

Una immagine di Grasshopper Republic.
Tempo fa discutevo con un conoscente a proposito de Gli Uccelli1 di Hitchcock, e mentre il mio interlocutore trovava che tutto il primo tempo fosse estremamente noioso perché non succedeva nulla, io invece trovavo che fosse la parte migliore del film, proprio per come eventi apparentemente banali e ordinari si concatenassero in un crescendo di tensione. La prima parte di Grasshopper Republic2 è così: sembra che non succeda nulla, ma a poco a poco la tensione cresce mentre le cavallette si preparano per il rito dell’accoppiamento e gli esseri umani si organizzano, in maniera simpaticamente disorganizzata, per fare fronte all’invasione. Il finale però è decisamente meno drammatico del film di Hitchcock, almeno per gli esseri umani, mentre lo stesso non si può dire per le cavallette che finiranno in pentola per essere poi vendute al mercato.
In concorso a Visions du Reel, il film si ispira al libro di fotografie di Michele Sibiloni, Nsenene3.
Con il calare della notte, attirate dalle luci riflesse da enormi lastre metalliche, le cavallette arrivano come una nube che riempie il cielo di riflessi bianco-verdastri. Tutto intorno una moltitudine di persone, la maggior parte in felpa con il cappuccio ben calato sulla testa ed il volto cosparso di una polvere bianca (ad un certo punto un personaggio evoca la farina di manioca ma non mi è chiaro il suo scopo), immerse anche loro in questa luce quasi psichedelica che dà loro lo stesso colore delle cavallette. Sembra quasi di assistere ad un rave, o forse ad un rito catartico: da piaga per le colture, le cavallette sembrano quasi diventare oggetto di venerazione, secondo una logica che a me disincantato occidentale sfugge del tutto ma che per un africano abituato ad una natura rigogliosa e prorompente probabilmente ha un senso fin troppo chiaro.
