La vita à già complicata: perché infliggersi ulteriori sofferenze guardando storie, vere o finte, al cinema, in televisione o sul proprio smartphone?

Sandrine Kiberlain e Adèle Exarchopoulos in una scena di L’accident de piano di Quentin Dupieux.
Tra i cineasti contemporanei più prolifici, Quentin Dupieux ha fatto della provocazione programmatica un elemento caratteristico dei suoi film. Provocazione dello spettatore: nel creare tensione, suspense, irritazione di fronte a personaggi insopportabili e situazioni insostenibili. Chi lo conosce ormai sa cosa aspettarsi ma, almeno per il momento, le variazioni sul tema assicurano la sorpresa e l’inatteso. Dupieux è anche molto interessato al linguaggio e alla specificità del mezzo audiovisivo come veicolo delle idee, e dopo teatro, arte e cinema (citeremo qui solo di sfuggita nell’ordine Yannick1, Daaaaaalí2 e Le deuxième acte3), con L’accident de piano4 è la volta dei cosiddetti social.
Aiutato da una impeccabile Adèle Exarchopoulos nel ruolo della influencer insopportabile, nella prima parte del film Dupieux costruisce un personaggio emblematico per la sua plateale, manifesta e dichiarata insensibilità: al dolore fisico primariamente, e per conseguenza affettivo e morale. Il paradosso sta nel fatto che la totale insensibilità è lo strumento per suscitare stupore, sgomento e orrore negli spettatori, e ancora più paradossalmente nel renderli insensibili a loro volta. Dal punto di vista formale Dupieux per questo film sembra applicare una cura particolare, soprattutto nella luce e nei colori, dove neve, colori tendenti al blu, oggetti contundenti e l’intervista presa in una palestra vuota in cui prevalgono linee dritte e angoli netti partecipano ad una messa in scena di ricercata freddezza, come a cercare un contrasto stridente tra la sciatteria delle immagini “virali” e la ricercatezza di un film d’autore.
Ma chi è più inumano tra chi mette in scena la sofferenza e chi la guarda? Dupieux in questo sembra non avere dubbi: lo spettatore forse è un po’ troppo indulgente nello scadere dalla curiosità alla morbosità, ma il regista è ancora più orribile, e letteralmente uccide il suo spettatore. A sua unica discolpa il fatto di vivere in una società in cui la violenza e l’insensibilità dilagano, e quindi di non poter fare altro che rappresentarla. Ma lo stesso Dupieux non sembra molto convinto di questa assoluzione, e non a caso in una delle sequenze finali del film i fan di Magalie osservano il loro idolo da dietro una inferriata, come i visitatori di uno zoo accorsi a vedere una bestia feroce.
