La morte (i preti) e il fanciullo

di | 10/02/2015

Dopo le atrocità del regime di Pinochet, Pablo Larraín presenta un’altra lacerante storia di giustizia impossibile

Una scena di "El Club" di Pablo Larrain

Una scena di “El Club” di Pablo Larrain

Già noto per la sua trilogia sul regime di Pinochet con “Tony Manero”, “Post Mortem” e “No”, Larraín questa volta racconta una storia cupa e dolorosa, saggiamente intrisa del tipico umorismo nero sudamericano, di preti pedofili, delle loro vittime, di indicibili complicità con regimi dittatoriali, e dell’incapacità/impossibilità di elaborare e affrontare i crimini e le ingiustizie, e dell’ipocrisia di certe istituzioni religiose e dei suoi seguaci.

Lorraín svolge un lavoro eccellente nel mettere in scena coerentemente tanto materiale narrativo e psicologico, con il suo ampio uso del grandangolo che quasi sempre deforma le immagini, una bella fotografia in cui predominano i colori freddi, i personaggi perduti in paesaggi maestosi, in una natura distante che di certo non li aiuterà a risolvere i propri problemi, nel loro rifugio di preghiera e raccoglimento che solo gradualmente rivela la sua vera natura di luogo di segregazione ed espiazione, luci ed inquadrature che mettono a disagio per l’impossibilità di definire chiaramente una situazione, una emozione. Ottima anche la scelta del cast e la direzione degli attori, con una sceneggiatura meticolosamente in bilico tra commedia nera, dramma intimista, critica sociale e crime-story.

Mentre le vicende si svolgono secondo un ritmo regolare, la voluta ambiguità di quasi tutte le situazioni messe in scena, le continue allusioni ai testi sacri, l’ambivalenza delle simbologie religiose compongono un crescendo che però non trascende mai nel retorico o nell’enfasi accusatoria.