L’opera da tre soldi di Alain Gomis

di | 11/02/2017

Dall’Africa delle lotte quotidane per la conquista di una vita degna all’odissea dei rifugiati che attraversano il deserto al confine tra Messico e Stati Uniti: il cinema degli/sugli ultimi ha sempre un posto speciale alla Berlinale

Véro Tshanda Beya Mputu e Papi Mpaka in "Félicité" di Alain Gomis

Véro Tshanda Beya Mputu e Papi Mpaka in “Félicité” di Alain Gomis

È un’Africa senza sole quella che ci mostra Alain Gomis in “Félicité”: giorni polverosi e dai colori sbiaditi, in cui le persone e le case hanno contorni indefiniti e i suoni sono attenuati; le notti invece sono chiare e nette. La protagonista si guadagna da vivere cantando in un locale notturno ma il film, più che a un musical, fa pensare ad un Singspiel, in cui ai recitativi si alternano le arie della protagonista e gli intermezzi di una orchestra e un coro impegnati in una sala prove. Fuori competizione “Final Portrait” di Stanley Tucci racconta le esitazioni tra dubbi e certezze dell’artista Alberto Giacometti alle prese con il suo ultimo, definitivo ritratto. La precarietà degli affetti e di una società apparentemente solidi nella commedia “Wilde Maus” di Josef Hader, in cui più i protagonisti cercano di tenere le loro vite sotto controllo, più la situazione sfugge loro di mano. Nella sezione Panorama l’attualissimo problema dei fanatismi e della censura di stato in “Kaygi” di Ceylan Ozgun Ozcelik, storia di una giovane documentarista alla ricerca della verità sulla scomparsa dei genitori artisti/attivisti in una Turchia ancora lontana dalla convivenza civile. Nella sezione Forum il bel documentario “El mar la mar” di Joshua Bonnetta e J.P. Sniadecki: le voci dei rifugiati messicani che cercano di approdare negli Stati Uniti, e di coloro che a volte li incrociano e li accolgono, e le immagini del deserto, umano e naturale, che devono attraversare.