Martin Eden, dalla California a Napoli solo andata

di | 02/09/2019

Eccellente esordio nel cinema di finzione per Pietro Marcello in una trasposizione originale e coraggiosa

MartinEden

Luca Marinelli in Martin Eden

Ci vuole coraggio, in tempi di omologazione come i nostri, per scegliere di raccontare la storia di un uomo che pur di non scendere a compromessi è pronto a sacrificarsi fino all’estremo. L’artista si muove su quella linea molto incerta tra leggi assodate e territori sconosciuti, per cui la libertà, più che una scelta, è semplicemente l’unico strumento per avanzare. E Pietro Marcello, coerentemente, decide di prendersi tutta la libertà per trasporre il romanzo omonimo di Jack London in una città che sembra Napoli e in un tempo che dai primi del Novecento ci porta in un’epoca indefinita tra anteguerra e anni ’80. Marcello si muove dal documentario, suo territorio abituale, al film di finzione, dalle scene in costume alle ambientazioni contemporanee, dall’interpretazione attoriale impeccabile ai contributi tipici dei cosiddetti “attori non professionisti”. Il regista lavora molto sulle attese dello spettatore che, anche se non ha letto il libro, si aspetta, semplicemente dal titolo, di assistere ad una storia ambientata in una terra straniera, in una cultura estranea alla nostra, in una lingua sconosciuta o non abituale.

Questo film è sorprendente perché di fronte ad una apparenza di semplicità ed essenzialità, certamente retaggio dell’esperienza nel cinema documentaristico, rivela una grande complessità, ben dissimulata, perché questo film può essere visto e soprattutto apprezzato da tutti. Questa apparente semplicità serve non tanto a ricordare banalmente che Martin proviene dal proletariato, ma piuttosto ad accentuare il contrasto con l’odiato mondo patinato dell’alta società il cui riconoscimento sembra essere il prezzo inevitabile da pagare per il successo e l’emancipazione. Di conseguenza per esaltare la purezza di Martin Eden non bastano personaggi discutibili e situazioni equivoche: Marcello rincara la dose “sporcando” l’atmosfera con ambientazioni modeste, luci scarne, dialoghi diretti e aspri.