L’8 e 1/2 di Iñárritu tra Hollywood e Città del Messico

di | 01/09/2022

Tempo di bilanci tra sensi di colpa e difesa delle scelte artistiche ed esistenziali per un regista dalla produzione decisamente eterogenea

Una immagine di Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades di Alejandro González Iñárritu.

Una immagine di Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades di Alejandro González Iñárritu.

Dopo la relativa sobrietà di Roma, per questo bilancio di mezza età Iñárritu non lesina in simboli e metafore, pescando nel doloroso passato coloniale che deve aver lasciato molte ferite anche nelle generazioni che quel periodo non lo hanno mai conosciuto, ma forse reso ancora più mitico dal mito che ogni evento storico crea e fa crescere dietro di se.

Ha il merito, forse involontario visto il milieu di appartenenza di Iñárritu essenzialmente borghese, di non calcare la mano sui toni più coloriti della cultura e delle tradizioni messicane, ma piuttosto il lato magico più tenue. Mostra chi in realtà forse vorrebbe essere, e per questo per una volta lavora per sottrazione. O almeno ci prova: la sequenza del genocidio dei nativi ad opera dei conquistadores europei è decisamente ben girata ed ha una sua indubbia efficacia, mentre è notevole l’idea di ridurre la canzone con cui Bowie ha riscosso il suo più grande successo commerciale all’essenziale: la voce.

Sempre sull’orlo del parlarsi addosso e in una ossessione per l’elaborazione dei sensi di colpa, almeno questo Daniel Giménez Cacho è simpatico, o comunque riesce a destare se non totale adesione e simpatica almeno compassione per tutto quello che deve passare.