In anteprima a Visions du Réel, En Terrain neutre mette in discussione il dilemma della neutralità svizzera in un contesto in cui il diritto internazionale va in frantumi

Una immagine da En Terrain neutre di Stéphane Goël e Mehdi Atmani.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire: il sottotitolo più adatto per un documentario1 sulla neutralità svizzera che, per ammissione degli stessi due registi, Stéphane Goël e Mehdi Atmani, per quasi tutta la sua durata sembra girare in tondo e mancare sistematicamente i suoi obiettivi. Salvo negli ultimi minuti quando, dopo essersi sorbiti i pareri inconcludenti di autorevoli militari, politici, diplomatici e accademici, il capo di una delle banche d’affari svizzere più potenti in poche frasi spiega benissimo la funzione della neutralità, ed il suo ruolo nel miracolo svizzero. Perché il modo stesso in cui il film è fatto suggerisce che il problema non è tanto l’argomento, ma il fatto che, coscientemente o meno, non si voglia dare una risposta alla domanda che cosa sia la neutralità.
Il film si apre e si chiude all’insegna del folklore e dei clichés più triti della Svizzera: si comincia con un ironico excursus storico sul mito fondatore della neutralità svizzera, la battaglia di Marengo, e si finisce su un tour in una fiera giapponese dove viene riprodotto il tipico villaggio svizzero. Ma come ci ricordano gli intertitoli stile western nei colori tipici di certi film statunitensi anni ’50, il film è soprattutto un reportage on the road tra USA, Giappone, Corea del Sud e Francia: perché la “bolla” svizzera è probabilmente molto più permeabile ai giochi geopolitici internazionali di quanto si voglia ammettere. Film on the road ma anche work in progress (per una volta anglicismo oblige), con l’operatore spesso alla ricerca dell’inquadratura giusta, della messa a fuoco e della luce ottimale. Un’accozzaglia di generi e toni per dissimulare, nascondersi, soprattutto alla luce delle sconfortanti rivelazioni (?) degli espositori al Salone mondiale della difesa di Parigi, o lo scambio tra il portavoce palestinese e quello israeliano (ma ripreso di spalle, quindi senza volto) al consiglio di sicurezza dell’ONU presieduto proprio dalla Svizzera. Meglio allora seguire l’esempio del santo patrono, l’eremita Nicola di Flüe: rintanarsi nelle caverne alpine, e buttarla sul comico/irriverente/punk invece di spulciare i conti delle banche e delle società che fanno l’eccellenza dell’industria e della finanza di questo paese.
