Oscuri vagabondaggi in un mondo inquieto nel nuovo film di Shangjun Cai

Zhenjiang Bao in “Ren Shan Ren Hai”
Film a sorpresa nella selezione ufficiale della 68a Mostra del Cinema di Venezia e sorpresa è stata, piacevole sorpresa anche se l’aggettivo poco si addice ad un’opera di estrema violenza e durezza. “People Mountain People Sea” (Ren Shan Ren Hai) è contemporaneamente un film noir, un western, un documentario, un’opera contemplativa, un thriller, un horror. Ispirato ad un fatto realmente accaduto, il film comincia con la cronaca fredda e distaccata di un omicidio in uno stile che si finge, forse facendosi anche beffe del fascino occidentale per un supposto neorealismo orientale, documentaristico; e prosegue con il racconto del viaggio, o meglio della discesa agli inferi, di un uomo determinato a vendicare il barbaro assassinio del fratello ad opera di uno sconosciuto.
Il film si articola su molteplici contrasti: l’individuo che vuole farsi carico del proprio destino contrapposto alla logica della massa (il titolo nel mandarino colloquiale significa anche “mare di gente”), raffigurata attraverso i sobborghi oscuri e malfamati di città cresciute troppo in fretta o come informi moltitudini di rudi minatori; il viaggio del protagonista non è affatto un atto liberatorio ma un vagare senza meta apparente, come insensato è il male che egli stesso subisce e procura; un largo uso di immagini panoramiche in cui, trattandosi anche di un thriller, sono fondamentali tutti i dettagli; la luce degli immensi paesaggi naturali e urbani contrapposta al buio della miniera, evidente metafora dell’inferno (ed infatti è lì che probabilmente si nasconde l’assassino) o piuttosto inquietante monito al pericolo a cui ci si espone nel contemplare lo squarcio delle profondità dell’essere umano. È un film essenzialmente muto, come a sottolineare l’indicibilità dell’orrore in cui gli atti di persone apparentemente innocue talvolta (spesso?) sfociano.
L’essenzialità estrema della narrazione lascia lo spettatore disorientato, con la sensazione che gli sfuggano elementi fondamentali. D’altra parte il fatto che il protagonista segua perentoriamente comunque una (la sua) strada denota la presenza di una logica ferrea, per quanto oscura. Si tratta evidentemente di una forza insormontabile, una forza della natura: una montagna, il mare, o quegli oceani di persone di cui bisogna perennemente diffidare. Ridotto all’essenziale, l’intreccio è come un oggetto rotto che non può più essere messo insieme, che non tornerà mai più quello che era; e inevitabilmente induce, anzi obbliga alla massima attenzione ad ogni dettaglio; ciò che mette a disagio perché resta il timore che qualcosa di terrificante debba succedere da un momento all’altro.
