Il salotto cattivo di Polanski

di | 01/09/2011

Una commedia amara sulle ipocrisie e la fragilità di una società che si reputa evoluta e superiore

CarnageFilm molto atteso e a detta di molti candidato al Leone d’Oro alla 68a Mostra del Cinema di Venezia, “Carnage” rappresenta una sintesi estremamente interessante di tante tematiche che caratterizzano la produzione di Polanski: l’insensatezza della violenza, la pervasione dell’ipocrisia, il cinismo. Il film comincia con un piano panoramico su un parco di Brooklyn dove due ragazzini, a seguito di un litigio, finiscono per venire alle mani. Di per sè l’atto, anche per la distanza della visuale, non appare poi così grave; d’altra parte la scelta di restare lontano e di non voler cogliere i dettagli di quello che accade rende questo atto di violenza del tutto incomprensibile. Se ne deduce che per Polanski ogni tentativo di analizzare, motivare e quindi arginare la violenza non ha alcuna possibilità di successo. Date queste premesse gli eventi successivi, nonostante il prodigarsi di tante buone intenzioni, non possono che precipitare.

La catastrofe è in arrivo: la reazione dei genitori dei due contendenti è in un primo tempo assolutamente pacata e improntata alla ragionevolezza: eccoli tutti intenti a scrivere un rapporto dettagliato e condiviso di quanto accaduto davanti ad un computer, simbolo emblematico del progresso e della razionalità. Anche gli interni dell’appartamento in cui si incontrano per accordarsi sul risarcimento sembrano suggerire e incoraggiare questa tensione verso la ragionevolezza: dominano le forme geometriche, soprattutto quadrati e rettangoli, ed il bel tavolino attorno al quale i quattro si accomodano è ovviamente un quadrato, forma perfetta e simmetrica. Eppure tutta questa buona volontà non solo non pacifica gli animi, ma anzi sortisce l’effetto contrario: lo sfoggio di tanta (supposta) civiltà non può che esasperare animi fondamentalmente frustrati per le deluse aspettative di una vita insulsa e inclini alla mala fede per via della cattiva coscienza. Il risultato è un ritratto ridicolo se non patetico di certa borghesia occidentale: il ricorso al dialogo e alla tolleranza, ogni tentativo di razionalizzare, gestire, contenere i conflitti; tutto reso vano dal precipitare degli eventi. Questa vertigine interiore trova il suo riflesso visivo negli squarci di panorama newyorkese che si intravvedono dalle finestre dell’appartamento.

Ne viene fuori un film saturo, sovraccarico, quasi asfissiante, in cui le discussioni si avvitano in vortici senza sbocco ma che affascinano per la loro duplice natura di sonde dell’inconscio e tentativi maldestri di gestire la propria aggressività repressa. In contrasto con l’atto spiccio e liberatorio, in un luogo aperto e luminoso, con cui i due bambini avevano regolato la loro disputa, la sensazione di claustrofobia in cui sfociano gli sforzi di ricomporre la disputa sembra indicare che non ci sia più una via d’uscita, almeno non quella pacifica auspicata all’inizio. La violenza qui appare sotto la sua veste più pericolosa: è contagiosa, e nonostante l’apparenza della commedia tutto è pervaso dall’angoscia di quello che sicuramente accadrà. E non si può evitare di pensare che tanta claustrofobia, e sfiducia nelle istituzioni sociali, non sia casuale ma indotta dalla condizione di recluso in cui si trovava Polanski nel momento in cui ha concepito il progetto di questo film.