Eccezionale performance di Valeria Bruni Tedeschi nel nuovo film del regista livornese presentato nella Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes

Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti in “La pazza gioia”
C’è stata un’epoca nel cinema italiano in cui un film sembrava reggersi solo sui protagonisti: erano i tempi di Sordi, Gassman, Vitti, Mastroianni, Loren e ovviamente Totò. Poi, come di solito accade, la realtà supera la fantasia, la commedia diventa una farsa e ai personaggi grotteschi di Gassman e Sordi si sostituisce l’ennesimo uomo del destino.
Con chiari riferimenti alla storia recente dell’Italia, Paolo Virzì decide di fare una follia e di servirci un’autentica overdose di Valeria Bruni Tedeschi che da timida ed esitante attrice mancata di “Il capitale umano” diventa l’istrione, la vera mattatrice di quasi due ore di film. Questo one (wo)man show, oltre alle notevoli qualità artistiche, ha anche il merito di descrivere il ventennio berlusconiano in una maniera diversa dalla vulgata ufficiale secondo cui è il popolo che aveva bisogno di un personaggio carismatico e lo aveva trovato in Silvio Berlusconi; in questo film i ruoli sono invertiti: è il personaggio carismatico ad aver bisogno di un pubblico, ad ossessionarlo con la propria presenza, a riempire ogni spazio fisico e soprattutto emotivo, a provocare attese e desideri e a darvi risposta. Una immagine emblematica del film mostra Beatrice e Donatella stese l’una sull’altra in una posizione tale che le anse dei loro corpi si compensano perfettamente, in modo da apparire letteralmente in simbiosi: ancora due esseri distinti ma completamente interdipendenti.
Con un ritmo serrato e senza pause, la vertigine e il disorientamento provocati dalle imprese di Beatrice e Donatella sono amplificati dalla consapevolezza che tanto pathos è chiaramente il frutto di un lavoro estremamente razionale: il paradosso di raccontare la follia, individuale e collettiva, con metodo, e di rendere questo racconto emozionante, facendo presa sul lato emotivo. Non è certo un caso che l’unico momento in cui il film sembra bloccarsi è la sequenza della riunione degli operatori della clinica psichiatrica: la vita “normale” suona falsa, mentre quella artefatta scorre con estrema naturalezza e verosimiglianza. Stiamo parlando ovviamente di manipolazioni del regista: sulla storia, sulla messa in scena e sugli attori; e sullo spettatore che, come al solito, puntualmente ci casca.
