La tragedia dei migranti abbandonati a se stessi tra sabbia, ferro, fuoco, mare

Seydou Sarr in una scena di Io capitano di Matteo Garrone.
In un mondo globalizzato, nei cui cieli orbitano migliaia di satelliti per le telecomunicazioni e in cui anche nei luoghi più sperduti c’è almeno uno smartphone, chi sono i nuovi esploratori? E soprattutto, ci sono ancora luoghi ignoti da esplorare? Matteo Garrone suggerisce sin dai titoli di testa del suo Io capitano1 che i ruoli si sono invertiti, e sono i moderni migranti, che nella maggior parte dei casi bisognerebbe definire con il termine rifugiati, ad esplorare nuove rotte. Le lettere che formano il titolo del film e i nomi del cast e delle maestranze appaiono su un fondo che potrebbe essere quello della pergamena di una antica carta nautica, ma anche il metallo di una attuale imbarcazione di fortuna. Gli esploratori di una volta, al di là dell’aura mitica che li descrive come coraggiosi eroi della conoscenza, sono stati il più delle volte gli apripista delle tratte di schiavi che continuano ancora oggi, ovviamente sotto altro nome. E i discendenti di quegli schiavi sono oggi ancora più eroici perché abbandonati al loro destino, ignorati da quelle migliaia di satelliti che scintillano sulle loro teste come stelle e pianeti indifferenti.
Sfidando la narrazione ufficiale degli operatori umanitari secondo cui i rifugiati fuggono da condizioni di estrema povertà o guerre, la prima parte del film mostra invece due adolescenti a cui nulla sembra mancare: una casa, cibo, divertimenti. In fondo quello che inseguono Seydou e Moussa è l’aspirazione, tutta occidentale, di diventare delle star della musica, e vivere in un ,ondo che ai loro occhi è più intrigante della loro città. Esattamente quello che, secondo i dati del ministero degli interni, fanno ogni anno circa centomila italiani, per lo più giovani, che partono per il nord Europa o le Americhe. E non con mezzi di fortuna ma di solito in aereo, la differenza stando nel colore della pelle. Una volta volta che Seydou e Moussa hanno intrapreso il loro viaggio Garrone non mostra nulla di nuovo rispetto a quello che si conosce già da anni sulle condizioni di questi esseri umani. Questa vicenda ha raggiunto ormai lo statuto di mito, con le sue componenti di certezze e false credenze, con i suoi protagonisti che si imbarcano nella loro odissea per precisa scelta, ed anche loro, come nel mito omerico, nella speranza un giorno di poter tornare o comunque riunirsi alla propria famiglia. Garrone attualizza il mito dandogli vita con la vitalità dei giovani protagonisti che apportano suoni e colori vivi. Ed al mito greco Garrone aggiunge le atmosfere dei miti mediorientali, con il delirio, o sogno, di Seydou che vede una delle sue compagne di viaggio lievitare e la trascina con leggerezza come su un tappeto volante.
Colori, luci, e musica nelle sequenze iniziali descrivono il calore, la vitalità dei due protagonisti e dei tanti loro amici e amiche che quasi certamente si imbarcheranno nella stessa drammatica avventura nei giorni a venire. Tutta questa ricchezza e varietà viene presto sostituita da toni ripetuti e atmosfere ben più cupe: dopo la traversata di deserti di sabbia ocra, il passaggio in prigioni di fortuna con porte e inferriate in ferro arrugginito e in cantieri edili, sembra quasi di sentire il sapore del metallo, di respirarne l’essenza.
