Nella giungla dei sentimenti: la dura battaglia tra ragione e emotività, tra logica e istinto

Hitoshi Omika e Ryo Nishikawa in una scena di Il male non esiste di Ryusuke Hamaguchi.
Dopo gli ambienti fortemente metropolitani dei suoi film precedenti, Hamaguchi stavolta ambienta la sua indagine sui sentimenti e le emozioni direttamente nella natura, apparentemente per mostrare quanto queste tematiche siano assolute e indipendenti dalla realtà economico-sociale in cui agiscono i suoi personaggi, in realtà mettendo in atto nel corso del film un lento e graduale rovesciamento dei ruoli. Le immagini iniziali di Il male non esiste1 con la lunga carrellata nel bosco accompagnata da una musica melanconica sembrano introdurre il tema del conflitto tra il commercio e la natura, della distanza ormai abissale che ormai sembra essersi instaurata tra essa e l’essere umano, l’ambivalenza, che sfocia ormai nel conflitto, tra dipendenza e oblìo dell’insensatezza dello sfruttamento delle risorse naturali.
I cambiamenti improvvisi di ritmo e di umore dei personaggi appaiono stavolta più giustificati nel contesto del conflitto, anche se il carattere particolare del protagonista Takumi (Hitoshi Omika) preannuncia svolte inattese. Così come la maturazione dei due inviati dell’azienda, così goffi alla riunione con gli abitanti e gradualmente più umani, alla fine anche loro essenzialmente vittime delle spietate leggi del mercato.
La piccola Hana (Ryo Nishikawa) sembra in totale armonia con questa natura, tanto da essere (involontario?) strumento della giustizia cosmica. Hamaguchi sembra voler suggerire allo spettatore che la tanto celebrata armonia e benevolenza della natura sia solo un mito creato da una società in preda ai sensi di colpa e che la crudeltà sia invece proprio connaturata alla nostra natura, espressione della immediatezza e irrazionalità delle reazioni a minacce.
