Il teatro della mente

di | 18/06/2023

L’intelligenza artificiale è rimandata: per una volta una buona notizia, almeno per gli artisti…

Una immagine di Theater of Thought di Werner Herzog.

Una immagine di Theater of Thought di Werner Herzog.

In 2001: Odissea nello spazio1 il computer Hal 9000, negli ultimi istanti di vita, si ricorda di una filastrocca che gli aveva insegnato il suo istruttore umano. Come per altre previsioni che non si sono avverate (nessuna ruota gigante in orbita intorno alla Terra, nessuna base lunare con presenza umana stabile, nessun viaggio interplanetario con membri dell’equipaggio in ibernazione), anche l’intelligenza artificiale, nonostante gli accorati appelli alla moderazione, è ancora ben lontana dall’imitare la complessità del pensiero umano. Chi da questo film si aspetta rivelazioni clamorose o annunci di scoperte rivoluzionarie rimarrà deluso: dopo una serie di incontri con gli scienziati più competenti in materia, e dopo dimostrazioni pratiche dei presunti enormi progressi compiuti dalla scienza in questo campo, Herzog conclude il suo film2 con la disarmante ammissione che la natura del pensiero umano per lui rimane un mistero. E da una parte la sua vocina tenue e il tono apparentemente ingenuo dei suoi commenti fuori campo. E forse mai come in questo caso il tipico soffermarsi a lungo sul volto dei suoi interlocutori dopo che hanno finito di parlare, e che a volte si limitano a mantenere la stessa espressione e a volte si lasciano andare a un sorrisetto imbarazzato, probabilmente un po’ a disagio sotto lo sguardo della camera da presa e del regista, è funzionale al messaggio che Herzog ci vuole trasmettere: almeno per ora il funzionamento della mente umana rimane un mistero.

Herzog sembra sfuggire le questioni cruciali, non porre le domande fondamentali, o staccare su un altro piano proprio quando sembra che la rivelazione stia per arrivare. Sembra invece trovare il tempo di dilungarsi in dettagli, proprio all’opposto dei comportamenti indotti dai famigerati algoritmi (continuamente evocati nelle discussioni anche più banali ma sconosciuti alla quasi totalità della popolazione) che invece impongono tempi ridotti e accelerati, nessun “tempo morto” e contenuti “nuovi” (nella loro sconfortante ripetitività), algoritmi che secondo i loro ideatori e i loro entusiasti sostenitori dovrebbero imitare il pensiero umano. Già, perché prima di parlare di intelligenza artificiale bisognerebbe innanzitutto definire esattamente che cosa si intende per intelligenza. Se si tratta dei famigerati chatbot che secondo chi li usa si possono scambiare per esseri umani, o dei famigerati programmi di speculazione finanziaria che spostano capitali da un punto all’altro del pianeta in frazioni di secondo provocando crisi economiche (e quindi cambiamenti climatici?) o peggio ancora robot che uccidono esseri umani, che forse fa più elegante e di certo più impersonale chiamare droni, a maggior ragione dovremmo chiederci cos’è questa famosa intelligenza che si cerca tanto di imitare.

Quindi i casi sono due: o Herzog non ha ritenuto interessante o utile utilizzare nel suo film le rivelazioni più eclatanti, oppure le ricerche in questo ambito sono ad un livello ancora troppo rudimentale. È dai tempi di Volta che si sa che gli impulsi nervosi si trasmettono tramite scariche elettriche, per cui venire a sapere che si riesce a far fare dei movimenti involontari inviando segnali elettrici al cervello tramite elettrodi posati sul cranio per me è un modo appena un po’ più sofisticato di colpire il nervo sotto al ginocchio per far muovere la gamba…

Quante volte ci è capitato di vedere dei film di fantascienza o dei documentari di argomento scientifico girati negli anni ‘50 o ‘60 e di sorridere di fronte a certi annunci apodittici: comunque quei film rimangono delle splendide testimonianze dellìepoca e dell’evoluzione della società, perché le aspettative di fronte a nuove scoperte sono anche il frutto della mentalità e dei valori di quella società. Se il film si conclude con l’ammissione di non aver capito come funziona la mente umana non è necessariamente una sconfitta. Perché esiste anche una terza possibilità: che non si voglia accettare che il pensiero umano sia riproducibile. Il fascino per le macchine è di natura antica: riuscire a produrre un robot, e trasferirci dentro un essere umano, è un altro modo per accedere all’immortalità e all’onnipotenza: una macchina è teoricamente indistruttibile (a patto di avere i pezzi di ricambio e una fonte di energia) e non c’è limite alle possibilità di potenziare il suo cervello. Ma come ogni divinità anche questo anelito oltre al fascino induce anche timore, una vertigine che ogni potere al di là della comprensione infonde.

  1. 2001: Odissea nello spazio, titolo originale 2001: A Space Odyssey, regìa di Stanley Kubrick, USA-Regno Unito 1968, 149’  
  2. Theater of Thought, regìa di Werner Herzog, USA 2022, 107′.