Uno sguardo sull’emancipazione della donna, che nonostante le apparenze non si può fare che con la partecipazione dei maschietti

Una immagine di Machtat di Sonia Ben Slama.
Festa di matrimonio a Mahdia, città della Tunisia: si ride, si banchetta e si scherza, mentre la sposa indossa un costume che sembra piuttosto un’armatura: rigido, rilucente di riflessi metallici, che consente appena pochi movimenti. Machtat1 ha il merito di essere chiaro sin dall’inizio: non è che queste donne non si divertano a suonare e cantare ma sembra che lo facciano soprattutto per sbarcare il lunario, in un misto di rassegnazione e testardaggine, ben simboleggiata dalla matriarca Fatma che nei pochi momenti in cui può dare sfogo alle sue frustrazioni si lascia andare e per esempio canta e danza in casa o per strada, mentre le sue due figlie Najeh e Waffeh che litigano aspramente ognuna con la sua concezione dell’autonomia e della libertà. Dopo l’ennesima festa un bagno in mare liberatorio, beninteso completamente vestite da capo a piedi.
È solo dopo un po’, in una sequenza in cui il marito di Waffeh viene platealmente escluso dall’inquadratura, che ci si rende conto che in effetti qualcosa non quadra: i maschietti sono in fondo i veri protagonisti del film, quasi sempre al centro dei discorsi delle donne, ma non li si vede mai. Escludendoli, Sonia Ben Slama crea un senso di tensione o comunque di forte disagio perché nonostante questa invisibilità, o forse proprio per questo, rappresentano una presenza invisibile e minacciosa, personaggi le cui reazioni sono completamente imprevedibili e nelle cui mani si decide il destino delle donne. I maschietti li si vede (o intravvede) solo nella sequenza finale dove la frenesia della festa e soprattutto delle danze sembra cancellare, almeno per pochi minuti, ogni discriminazione, salvo poi mostrare le protagoniste esauste per la fatica fisica e soprattutto psicologica.
