A pochi mesi da “Tom à la ferme” Xavier Dolan continua la sua indagine sui sentimenti e sulla loro rappresentazione

Anne Dorval in “Mommy”
Xavier Dolan a proposito di questo film ha dichiarato di essersi reso conto a posteriori di voler rendere giustizia a sua madre dopo il violento atto di accusa in “I killed my mother”. Ma nonostante il titolo la sensazione è piuttosto che il film sia incentrato ancora una volta sul figlio, ancora una volta un outsider, personaggio nel quale probabilmente si identifica molto bene. Con questo film il 25enne Dolan ha vinto il gran premio della giuria a Cannes insieme nientemeno che a Jean-Luc Godard, classe 1930.
Formalmente, Dolan sembra voler ancora indagare sulle atmosfere claustrofobiche di “Tom à la ferme”, stavolta rinchiudendo non solo i protagonisti ma anche gli spettatori. Il film sorprende sin dalle prime sequenze per il suo formato ridotto e quadrato dell’inquadratura, 1:1, utile a rendere non tanto la sensazione di prigionia, ché sia la madre che il figlio sembrano tutti e due abbastanza strafottenti da infischiarsene di quello che pensa il mondo circostante, quanto soprattutto il soffocamento di una relazione malata, certo provocata anche dalle circostanze ma che non lascia presagire nulla di buono, pessimismo sottolineato nella sequenza della canzone On ne change pas di Céline Dion in una strana atmosfera di pace e armonia. Il formato ridotto ha anche altre qualità: rende impossibile distogliere lo sguardo, guardare altrove, fare finta di non vedere. Ed è chiaramente un’allusione allo schermo degli smartphone così emblematici di tanti adolescenti (potenzialmente) caratteriali. Il piccolo formato è adatto a rendere ancora più forti le esplosioni di violenza e più intensi i rari momenti di tenerezza. Solo in due momenti questo mondo si apre: uno è nel finale, quando Diane sogna ad occhi aperti un futuro “normale”, ma il più importante è il primo, quando il trio formato da Diane, Steve e Kyla si trovano in strada in un raro momento di felicità; lo schermo si allarga, in una maniera che mostra chiaramente la finzione filmica, attraverso le mani di Steve: letteralmente l’artista come outsider che apre lo sguardo su nuove prospettive. Steve è emotivamente un bambino, quindi è potenzialmente un artista: le due caratteristiche essenziali del suo carattere sono l’estrema sensibilità e la necessità di rompere gli schemi. Dolan scopre ancora una volta che il cinema, più che altre forme d’arte, è violenza, sia sul materiale che si vuole mostrare che sullo spettatore. Le immagini nette, i colori vivaci puntano a esaltare la sensibilità dello spettatore, suscitare eccitazione, toccare nervi scoperti. La straziante altalena tra i rari momenti di tenerezza e le frequenti esplosioni di aggressività, la frazionarietà delle scene evidenziano come per questi personaggi che sembrano non nascondere i loro sentimenti amore e affetto possano convivere con una violenza insensata. Ed è significativo che le due uniche sequenze in formato più ampio mostrino due universi contrapposti: la conquista della libertà da ogni giudizio della società borghese e un’apologia della vita borghese.
L’attrice che interpreta la madre, Anne Dorval, è la stessa di “I killed my mother”, anche se qui ricorda di più l’Anna Magnani di “Mamma Roma”, soprattutto nello sguardo; ma mentre in Pasolini l’aspirazione è verso l’agiatezza borghese, in Dolan non solo madre e figlio non trovano nulla di strano nel loro modo di vivere ma ne vanno anche fieri. Diane è quasi sempre al centro delle inquadrature, spesso mentre cammina, anzi non fa che correre: antagonismo visto come devianza sociale. Tipico di Dolan è anche il modo in cui solletica l’ipocrisia della società progressista nella sequenza finale in cui Diane sogna per il figlio un futuro “normale”. Ed ovviamente non esita ad esaltare lo squallore delle persone “normali”, come l’assistente sociale con le sue pillole di saggezza, il marito e la figlia di Kyla, l’aspirante amante di Diane: il punto di vista è decisamente quello di Diane e Steve.
