Gran premio della giuria a Cannes, il nuovo film di Xavier Dolan è un altro pugno nello stomaco dopo il controverso “Mommy”

Gaspard Ulliel in “Juste La Fin Du Monde”
Questa volta Dolan si ispira alla pièce omonima di Jean-Luc Lagarce ma le tecniche utilizzate fanno di quest’opera un autentico film e non semplicemente una riduzione o versione cinematografica del testo teatrale. E tutto questo proprio enfatizzando l’aspetto attoriale: Dolan va letteralmente fino in fondo (fino alla fine del mondo?) con dei primissimi piani su ogni attore in ogni momento, dilatando e contraendo il tempo, ottenendo un effetto che è tutto meno che teatrale. Grazie anche all’ottimo lavoro del direttore della fotografia André Turpin, Dolan ancora una volta ci offre immagini perfette fino a sfiorare il manierismo, musica spesso insopportabile ma, come sempre, inspiegabilmente l’effetto complessivo è sorprendente e mai scontato. Un breve spezzone di pochi secondi può benissimo far pensare al videoclip più banale e pacchiano; ma visto nel contesto del film assume ovviamente tutto un altro effetto. Dolan come al solito ne ha per tutti, e conferma la sua passione per le madri invadenti e sopra le righe; ma conferma anche l’empatia per i personaggi più giovani, in questo caso Suzanne interpretata da Léa Seydoux, o l’adolescente Louis e il suo amante Joli-coeur in un breve flash-back; il modo affettuoso e ironico con cui ritrae ed enfatizza i loro drammi esistenziali, di cui sembra quasi prendersi gioco, forse per esorcizzarli essendo lui stesso ancora molto giovane.
Dolan indulge per tutto il film in primi piani molto spinti, il cui primo effetto è quell’intenso senso di claustrofobia che aveva già sperimentato in “Mommy” ma con un’altra tecnica. Qui la cinepresa a pochi centimetri dal volto degli attori produce effetti molto diversi: a seconda del momento e delle circostanze si passa da un senso di calda e profonda intimità, ad una estrema vulnerabilità, alla spietata indagine dei sentimenti più profondi. Il montaggio contribuisce ad acuire questa attenzione spasmodica ad ogni minimo gesto, espressione, parola: la tensione è palpabile, il senso di impotenza nel gestire i rapporti è quasi insostenibile. Nonostante queste premesse, scelte stilistiche così estreme non solo non impediscono ma anzi enfatizzano l’abisso di frustrazione, bisogno d’amore, incapacità di esprimere i propri sentimenti di ogni personaggio.
Anche nel finale catartico in cui tutto sembra precipitare e tutti sembrano finalmente volersi liberare delle proprie inibizioni e trovare il coraggio di dire la verità (talvolta essendone obbligati) è evidente che queste famose verità non verranno mai dette semplicemente perché non possono essere dette. Ma nonostante questo la verità è chiara agli occhi di tutti, al di là di ogni ipocrita o pavido silenzio. Diventa quindi chiara l’insistenza sui primi piani, sui dettagli: non si tratta di cinismo ma al contrario di una dichiarazione di impotenza e al tempo stesso del potere del mezzo cinematografico. Si può scavare quanto si vuole ma certe cose, soprattutto quelle più importanti, non verranno mai dette, almeno non in forma razionale; l’arte in generale, e questo cinema in particolare, ci confermano che gli unici mezzi per (provare a) capire l’animo umano sono intuizione, emozione ed empatia.
