Buona accoglienza per la versione integrale del nuovo discusso film del regista danese

Stacy Martin in “Nimph()maniac vol. 1”
Preceduto dalla inevitabile scia di polemiche e gossip come quasi tutti i film di von Trier, “Nimph()maniac vol.1” nella versione lunga di 2 ore e 25 minuti (insieme alla seconda parte la durata complessiva è di 5 ore e mezza), non sorprende e di certo non delude. In un film del genere il vero rischio è che, distratti dalla scabrosità del tema e increduli per la disinvoltura della regia e degli attori, si rischia di non prestare sufficiente attenzione alla bellezza delle immagini. La calma e la metodicità nel raccontare vicende tutt’altro che ordinarie, caratteristiche dello stile del regista danese, sono anche gli elementi del carattere della protagonista Joe (maschile di nome e in molti atteggiamenti; scelta sicuramente ironica, e probabilmente provocatoria), interpretata nella fase adolescenziale da Stacy Martin e in quella adulta da Charlotte Gainsbourg, alla perenne ricerca del piacere supremo, versione femminile dell’archetipico don Giovanni. Joe esordisce rimproverandosi di essere una cattiva persona in quanto vittima dei suoi appetiti, il che alimenta l’equivoco che l’appagamento sia umiliazione, peccato; accusa amplificata dall’atmosfera quasi mistica dell’appartamento in cui si ritrova a doversi confessare, ma poi chiarisce che il peccato consiste nell’aver fatto soffrire tante persone. Su un tema del genere von Trier avrebbe potuto (e avrebbe saputo) fare un film avvincente ed eccitante se fosse stato il suo vero scopo ma qui l’obiettivo è chiaramente un altro: la promiscuità come strumento di conoscenza, come simbolo della curiosità, il sentimento umano forse più naturale e al tempo stesso più inspiegabile perché strumento che porta alla conoscenza e al progresso ma a volte anche alla (consapevole) perdizione.
Il film si apre con una ironica allusione al Kubrick di “Eyes Wide Shut”: l’ormai arcinota “Jazz Suite” di Chostakovic che accompagna i giochi erotici di Joe bambina. Anni dopo, in un appartamento modesto, dalla luce calda che ispira contegno e compostezza d’altri tempi, Joe si deve sorbire le digressioni accademiche di Seligman (Stellan Skarsgard), divertenti e rassicuranti, che instillano il dubbio che la cultura, la scienza e l’arte non siano che dei diversivi per evitare le questioni più scabrose, cioè quelle più importanti: esattamente il contrario di quello che sembra la tesi del film, cioè che il sesso serva come diversivo alle piccole e grandi tragedie della vita. E questo non lo si può fare che attraverso un film meticolosamente curato, al limite della pedanteria. Come nel capitolo 5 in cui vengono illustrati tre aspetti del temperamento: quello animale, quello matematico/tecnologico (attraverso la serie di Fibonacci e i meccanismi dell’organo) e spirituale (come la numerologia applicata al nome e alle composizioni di Bach). In tutta questa autentica orgia di stimoli fisici, psicologici e intellettuali paradossalmente l’atteggiamento di Joe è quello di farsi da parte, di cercare di non apparire troppo; questa donna sembra imperturbabile anche e soprattutto quando cerca situazioni estreme, per quello che per molti puo’ essere una dote mentre per lei è una sventura. Perché alla fine, nonostante tanto sesso esplicito, il piacere visuale sembra impedito dall’inevitabile lavorio per cercare di capire: c’è un momento in cui la metodica ricerca del piacere fisico o intellettuale deve lasciarsi andare ed abbandonarsi all’irraccontabile, ciò che del resto è già ben noto: il piacere e l’attrazione del mistero.
von Trier non perde l’occasione per are la sua proverbiale provocatorietà: capovolgere l’universo dei sentimenti e della morale comune, mostrare quello che è più naturale come le cose più estreme: Uma Thurman patetica e sopra le righe in fin dei conti è l’unico personaggio che reagisce, che sembra viva: “sembra”, appunto. Una delle tematiche ricorrenti in von Trier è l’ipocrisia della nostra società: con questo film sembra voler provocare coloro che gli rimprovereranno di ricorrere a clichés triti e ritriti, di essere didascalico invece di concentrarsi sul tema della sessualità, rivelando quelli che sono forse gli elementi più caratteristici della società borghese occidentale, ossessionata da frustrazioni e morbosità mascherate da cinismo e superiorità intellettuale.
