La fine del tempo

di | 06/09/2012

Una catastrofe naturale comme metafora della crisi dei rapporti umani e della fragilità delle convenzioni

LaCinquiemeSaisonDopo la Mongolia con “Khadak” e il Perù con “Altiplano”, l’ultimo capitolo della trilogia dedicata al rapporto uomo-natura della coppia, nell’arte e nella vita, Brosens-Woodworth è un apologo sul legame reciproco tra la comunità umana e l’ambiente circostante. Una favola, di cui utilizza il ricorso a simboli e archetipi; una allegoria dei fragili meccanismi che regolano la nostra biosfera; un incubo in cui i misteriosi ma gioiosi rituali pagani dell’inizio, volti a esorcizzare paure e a evocare gli spiriti buoni, nel finale si trasformano in furia omicida e nichilista. Tuttavia – e fortunatamente – il film ha il pregio di non cadere nel facile meccanismo della contrapposizione tra un precedente mondo idilliaco e la brutalità conseguente alla catastrofe: il prologo ha le forme di un realismo pacato ma anche in qualche modo presago di avvenimenti funesti, mentre l’epilogo è un’apoteosi di enigmatici quadri al limite del nonsense.

In un piccolo villaggio agricolo delle Ardenne l’inverno è finito ma la primavera non arriva; cosa che all’inizio non appare così preoccupante, ma anzi ha il suo fascino di un tempo e un luogo sospeso, nuovo, misterioso, un’opportunità per ciascuno di farsi la propria quinta stagione, in attesa della primavera. Ma si percepisce presto il senso di un’assenza, di un vuoto, di un inquietante silenzio: qualcosa si è rotto, il ritmo della vita si è irreversibilmente alterato. E poi disordine, caos: immagini enigmatiche e suggestive come la cascata di latte o il trattore che gira a vuoto in un campo sterile. Visioni che, nel loro grande potere evocativo, sembrano assolutamente logiche nel totale sovvertimento di ogni regola e ciclo naturale. E in una vicenda in cui l’assurdo pretende di farsi norma, non può mancare un tocco di surreale umorismo, che ha anche il pregio di aiutare a sollevare il racconto dal peso dell’angoscia.

L’impianto complessivo del film è quello di una narrazione collettiva, in cui nonostante tutto la comunità constata che non può esistere se non come parte della natura, anche se non ne capisce più le leggi. Gli autori ricorrono a piani panoramici, scene d’insieme, lunghi piani sequenza, staticità a controbilanciare e arginare il precipitare degli eventi che infine degenerano in un caos inarrestabile. Il ritmo, lento e contemplativo, da un lato costringe a entrare nella vicenda, a interiorizzarla, dall’altro è simbolo efficace di un destino inesorabile. Quando la natura degenera anche la comunità, che ne è parte, degenera, mentre i colori virano gradualmente su toni di grigio.

Nella trasfigurazione finale, quando sembra che solo il ricorso ad atti radicali e perentori sia l’unico modo per liberarsi del peso insostenibile di una calma mortalmente innaturale, le maschere animalesche, evocazione di Brueghel e Bosch, indossate dagli abitanti del villaggio possono essere interpretate in più modi: un tentativo di integrarsi e immergersi completamente nella natura per cercare di capire i motivi della catastrofe; oppure la rinuncia a reagire e un lasciarsi guidare da una forza superiore e incomprensibile, abdicando alla razionalità; o infine rendersi estranei a tutto e a tutti, anche a se stessi, rovesciando il ruolo dello straniero all’inizio del film, chiaro accenno al Belgio come terra di popoli diversi spesso in conflitto tra loro. Belle e toccanti, ma forse un po’ troppo scontate, le sequenze che mostrano come in simili circostanze i primi a cadere siano sempre gli elementi più deboli della catena: la giovane donna (una straordinaria Aurélia Poirier), il bambino, lo straniero.