Ladri di umanità

di | 16/02/2013

La storia vera di una famiglia di etnia rom nella ex-Jugoslavia contemporanea

Una scena di "Epizoda u zivotu beraca zeljeza" di Danis Tanovic

Una scena di “Epizoda u zivotu beraca zeljeza” di Danis Tanovic

Gran Premio della Giuria al Festival del cinema di Berlino 2013, e Orso d’argento a Nazif Mujić come miglior attore protagonista, il nuovo film di Danis Tanovic è un film a basso budget realizzato con mezzi modestissimi: una sola videocamera a bassa definizione, attori non professionisti, ambientazioni limitate all’esistente. La vicenda narrata in effetti è una storia vera, recitata dagli stessi protagonisti, una storia di esclusione, povertà, discriminazione; ma anche di grande solidarietà e dignità. La messa in scena si identifica quindi con la situazione, o forse dovremmo dire realtà, che si vuole rappresentare in un esperimento di mimesi totale tra arte e vita. Estetica che si fa etica, cioè ricerca di una rappresentazione coerente con i valori più alti di una civiltà che si presume (o che almeno aspira ad essere) solidale, umana, compassionevole. È chiaro che non si tratta di un semplice documentario ma di fiction a tutti gli effetti perché se non se ne conoscessero i retroscena questo film sembrerebbe il frutto di un lavoro di creazione, una pura messa in scena, senza contare tutti i problemi che pone il lavorare con attori non professionisti, che in più sono chiamati a rivivere esperienze traumatiche, la scelta delle scene da riprendere e tutti gli altri interventi in fase di ripresa e di post-produzione. Si tratta qui niente di meno che di esplorare il limite molto incerto tra intervento del regista e forza della storia e delle immagini.

Tanovic, dietro la pur lodevole volontà di dar voce ad una vicenda di ingiustizia e degrado sociale, affronta in realtà la questione spinosa del limite e al tempo stesso delle possibilità del linguaggio audiovisivo in un’epoca in cui il reportage molto spesso ha aspirazioni cinematografiche mentre mezzi modesti e alla portata di tutti come i telefoni cellulari trovano sempre più spazio nei festival. Ed è emblematico il parallelo tra l’utilizzo di un linguaggio apparentemente documentaristico, quindi pregiudizialmente ritenuto più modesto di quello di pura fiction, e l’illustrazione di una storia di cronaca, peraltro di una comunità messa ai margini e quindi lontana dai riflettori.

La storia comunque si emancipa da sé: sono di esemplare bellezza alcune sequenze come quella in cui Nazif si affanna a risalire l’orlo della discarica nella quale ha cercato invano qualche oggetto di valore, in un affascinante contrasto tra evocazione mitologica di un Sisifo condannato ad eterna sconfitta e la molto terrena lotta per la sopravvivenza. Visti da lì sotto il mondo consumistico e la società egoista sono proprio quella discarica, simbolo e metafora della rovina, dell’abbandono, della morte in contrasto con il calore dell’umilissima casa e della famiglia di Nazif e Senada.