Un film sontuoso per la squallida storia, vera o verosimile, di un padre e una figlia collaborazionisti “malgrado loro”

Nastya Golubeva e Jean Dujardin in una scena diLes Rayons et les ombres di Xavier Giannoli.
Il film di Xavier Giannoli1 ha suscitato molte polemiche, accusato di essere revisionista e accondiscendente nei confronti dei collaborazionisti: per come procede il racconto, sembra effettivamente che abbia voluto soprattutto valorizzare l’umanità dei due protagonisti, Jean Luchaire e sua figlia Corinne. Modo di fare tanto più insidioso quanto i due personaggi vengono rappresentati rispettivamente come un idealista con la testa tra le nuvole ed una giovane donna emancipata con un’aria di innocente avvenenza. Ma si tratta di una accusa che si può respingere facilmente: che padre e figlia esprimano indulgenza e affetto incondizionato l’un per l’altra, soprattutto quando tutto il mondo sembra complottare contro di loro, è non solo realistico ma anche molto probabile. Ma come a volte capita anche nell’arte, l’eterogenesi dei fini si manifesta per altre vie, non sappiamo se assunte o all’insaputa dell’autore.
Il film si sviluppa su due piani, paralleli e in movimento opposto l’uno rispetto all’altro: il primo, narrativo, che come detto rappresenta i due protagonisti sotto una luce indulgente, che se non li giustifica, almeno cerca di comprendere i loro atti. L’altro sul piano visivo/formale: attraverso la rappresentazione della malattia, fisica e morale, dei due protagonisti, ed il suo utilizzo come movente dei loro atti altrimenti ingiustificabili. Ed è paradossalmente su questo secondo piano che si manifesta il giudizio su Jean e Corinne, giudizio ancora più reazionario rispetto ad un supposto revisionismo e relativismo storico.
Malattia fisica e morale, dicevamo: la tubercolosi e l’opulenza come metafore della corruzione. Jean e Corinne non fanno che sputare letteralmente sangue dall’inizio alla fine del film, tra una deboscia ed un soggiorno terapeutico in un sanatorio sulle Alpi. In questo modo il mito dei francesi brava gente è salvo: un francese nel pieno delle sue facoltà non avrebbe mai collaborato con l’invasore. La collaborazione è quindi frutto della malattia, che ottunde la ragione e annichila la volontà. Al contrario il perfido Otto è sempre in perfetta forma fisica, pulito, impeccabilmente vestito, e rimane affascinante perfino quando, in fuga nella Foresta Nera, è in maniche di camicia e spettinato. Certo, sua moglie Suzanne, anche lei sempre in perfetta salute e d’aspetto ineccepibile, è francese, ma traduttrice dal tedesco, quindi impregnata della cultura e della mentalità del nemico. Quindi è una questione di DNA: i francesi sono per natura buoni, e quando si comportano male è per colpa di un batterio, mentre i tedeschi sono cattivi per natura. La sequenza della fucilazione di Jean indulge in questo simbolismo: il plotone mira al petto, ai polmoni, per estirpare il male, il batterio malefico. E ce n’è anche per Corinne: le sequenze dei film in cui recita sono anch’esse malate, corrose da un batterio, simili in maniera inquietante alle radiografie dei suoi polmoni mangiati dalla tubercolosi.
Come girare un film sui traumi dei totalitarismi del XX° secolo oggi, in una fase storica di riconfigurazione politica, in cui l’estrema destra torna al potere? In tempi in cui l’onnipresenza delle immagini le rende paradossalmente evanescenti, si tratta di ripartire da zero, fare tabula rasa. Siamo quindi lontani dai deliri viscontiani o cavaniani e piuttosto in un approccio didascalico. Ed il fatto che nel film non si vedano mai le violenze contro ebrei e resistenti riflette la cecità di oggi, il non (volere) vedere.
L’invisibilità del male è l’altro argomento di accusa contro Jean e Corinne, ai quali per contrappasso viene tolto il diritto di parola. Jean viene continuamente interrotto dalla tosse, oppure delega ad altri la redazione degli editoriali del suo giornale. In molteplici sequenze si vede Corinne di fronte al magnetofono, si ode la sua voce over e quindi si suppone sia il frutto di una sua registrazione, ma non la si vede mai muovere le labbra. Corinne registra le sue memorie, la sua versione dei fatti ma solo alla fine ci viene rivelato che, ancora a causa di un baco, stavolta elettronico, la sua voce non viene registrata. Le parole che ascoltiamo di chi sono allora? E siccome il film è un continuo flash-back basato su quelle parole, a quale storia stiamo assistendo? A quella che probabilmente Corinne avrebbe voluto tutti credessero. Con il solo poblema che la sua difesa che “Non sapevamo” non è credibile, non lo si può ascoltare, quindi non è dicibile. Come la pellicola che mostra la vera immagine, corrotta, di Corinne, il nastro magnetico si rifiuta di registrare l’indicibile, quello che la società dei giusti non vuole ascoltare perché ha già condannato.
“Per fortuna c’è il cinema”, dice Moguy alla fine del film. Ed anche questa affermazione deve essere presa alla lettera perché effettivamente il cinema dice la verità: Corinne si dichiara donna indipendente e autonoma ma saranno necessari molteplici takes prima che Moguy sia soddisfatto, prima che Corinne sembri credibile come ribelle. Nella prima sequenza del film Corinne appare di riflesso in uno specchio, alias della pellicola, ma anche lo specchio è sporco, macchiato, e quindi rinvia la vera immagine di Corinne, una persona malata. La pellicola farà lo stesso, avariata immediatamente (siamo nel 1948, non sono passati neanche dieci anni da quando quei film sono stati girati): rifletterà l’immagine corrotta di Corinne, e della sua storia indicibile e invisibile.
