Che cosa definisce meglio l’umanità: la ferrea logica, la fede religiosa o l’empatia?

Henrikke Lund-Olsen e Øyvind Venstad Kjeksrud in una scena di Fjord di Cristian Mungiu.
Un film che rivendica il diritto di non decidere. O meglio, di non farlo esclusivamente seguendo le prassi consolidate, che siano progressiste o conservatrici. Cristian Mungiu affronta l’argomento non solo espatriando in un paese nordico che di freddo non ha solo il clima, ironica antitesi alla (supposta) anarchia e spontaneità della sua nativa Romania, ma anche rifuggendo alla fin troppo semplice caratterizzazione dei fanatici religiosi, che invece che seguaci dell’Islam, qui sono dei cristiani. Il Fjord1 nel quale approdano Mihai, Lisbet ed i loro cinque figli, e dal quale Noora cerca disperatamente di fuggire, è il dubbio che si insinua nelle certezze delle cosiddette società progressiste. Mungiu utilizza tutti i mezzi per suscitare una spiacevole sensazione di urgenza: una volta esposto il tema della violenza sui minori, indulge in riprese frenetiche con cinepresa a mano, interni claustrofobici ed esterni angoscianti, e insiste sui colori freddi. Insomma lo spettatore non ha un momento di respiro. E, ad eccezione di Noora e Mia, non si può neanche affidare all’empatia con i personaggi, tutti rigorosamente inespressivi, soprattutto Mihai e Lisbet.
Più che nella sostanza il problema sembra nella forma: che si tratti di un’udienza in tribunale o di una funzione religiosa, con un enorme schermo LED che troneggia in entrambi casi, si tratta sempre di riti. Che come tali, per definizione, non lasciano spazio a dubbi: su ogni fronte si sa già come andrà a finire. Perché nonostante le scene di vita familiare non mostrino nessuna delle violenze attribuite ai due genitori, il dubbio rimane. Il cinematografo ci darà anche l’impressione di assistere alla verità, ma è sconcertante riconoscere l’ampio spazio lasciato all’interpretazione personale. E se quindi l’oggettività dell’immagine cinematografica non aiuta a risolvere il problema, l’unico personaggio che mostra una possibile via d’uscita è invece paradossalmente proprio Noora, che va decisamente oltre i turbamenti tipici degli adolescenti (scompensi ormonali nel linguaggio colorito del padre Mats) e fa cose “da matti”. Forse non capisce l’adesione dei suoi due amici Elia e Emmanuel alle pratiche religiose dei loro genitori ma in fondo non gliene importa. E sua madre Mia, con un atteggiamento che i benpensanti bollerebbero come ingenuità, si fida della sua vicina Lisbet, nonostante i dubbi. La follia come ultimo spazio di libertà, come mostra in maniera spettacolare Åke che, per celebrare il miracolo della sua guarigione dalla paralisi, cerca di suicidarsi gettandosi in acqua.
Ma alla fine tutto rientra nell’ordine: mentre si prepara il processo penale, temendo una condanna la famiglia Gheorghiu decide di fare ritorno in Romania, dove probabilmente sarà accolti da eroi. Ognuno ritorna quindi al proprio posto, anche Elia che forse aveva intravisto un cambiamento in una vita dalle prospettive decisamente poco stimolanti, e infine Noora, esitante a raggiungere a nuoto il ferry che lascia il fiordo.
