Ci sono tanti modi di affrontare le avversità della vita: l’arte e lo sciamanismo non sono necessariamente i più naïf

Una immagine di Hamnet di Chloé Zhao.
Pratica comune nel cinema delle origini, quando montaggio e movimenti di macchina erano ancora di là da venire, l’inquadratura fissa e con il punto di fuga centrale, spunto per salaci e sarcastiche ironie dei detrattori del cinema accusato di limitarsi a riprodurre il teatro, è ormai molto rara. Chloé Zhao la recupera e ne fa un tema ricorrente nel suo Hamnet1: che si tratti giustamente del teatro in cui si svolge la rappresentazione di Amleto, o di scene negli interni di famiglia e nelle foreste attorno a Stratford-upon-Avon, la simmetria centrale è sempre rigorosamente rispettata: prospettiva centrale, sovrainquadrature, personaggi o elementi cruciali al centro dell’immagine.
Perché nonostante le apparenti differenze, Agnes e William sono in realtà molto simili, e probabilmente per questo la loro relazione è abbastanza forte da resistere alle angherie della vita. Tutti e due, ognuno a modo suo, cercano di dare un senso e, mi si passi il termine, inquadrare in leggi assolute gli eventi altrimenti inspiegabili della natura. William attraverso il teatro, in cui conta non solo il testo ma anche il modo in cui è recitato. Agnes attraverso la raccolta sistematica e disciplinata delle erbe, e l’addestramento dei falchi. L’antro oscuro nella foresta deve quindi essere razionalizzato ed esorcizzato, che sia attraverso i riti sciamanici di Agnes o nella messa in scena di William che pone effettivamente al centro della scena un’apertura da cui usciranno esseri umani tormentati e fantasmi senza pace.
Tutti e due quindi degli outsiders: il poeta che si ostina a insegnare lingue morte e inutili come il greco e il latino ai bambini del villaggio, e la donna libera, troppo libera, tanto da indurre il sospetto di essere una strega. Soprattutto Agnes non lesina urla e veementi strigliate, e William non è da meno nei momenti di collera o di disperazione, sano antidoto contro il vacuo luogo comune secondo cui la vera arte nascerebbe dalla sofferenza. Invece siamo assaliti da suoni striduli che sottolineano l’estraneità dei due personaggi: e saranno precisamente la regolarità e l’organizzazione nella cornice del teatro, e del cinema che ne riprende le forme, a dare se non un senso almeno una motivazione alle sofferenze. Nella sequenza finale saranno le mani protese del pubblico verso il morente Amleto/Hamnet e le voci soffocate a fare la sintesi.
