Psicoanalisti sull’orlo di una crisi di nervi

di | 02/09/2011

Le prime esplorazioni negli abissi della psiche tra rigore scientifico e pulsioni primordiali

A Dangerous Method

Viggo Mortensen e Michael Fassbender

Proseguendo nel suo percorso verso un cinema apparentemente più classico e allusivo, Cronenberg affronta questa volta il delicato tema della nascita della psicoanalisi attraverso una vicenda drammatica e scabrosa che vede protagonisti Freud, il suo allievo/rivale Jung e Sabina Spielrein, che da paziente affetta da “isterismo” diventa essa stessa terapeuta.

Il film farà sicuramente discutere per il suo taglio classico che non mancherà di deludere i fan del Cronenberg più estremo e splatter. Ci sono molte ragioni dietro questa scelta: da un punto di vista puramente figurativo, dato il tema affrontato, è fin troppo evidente interpretare tanta limpidezza e purezza della messa in scena come risultato di una pura allucinazione. Tanta purezza e rigore servono anche a rendere ancora più morbosa la consapevolezza dei vizi sottostanti. Ci sono qui tutti gli elementi caratteristici del cinema di Cronenberg: mutazione, interazione tra corpo e psiche, insondabilità dell’animo umano. Si tratta senza dubbio di un bell’esperimento, del tutto aderente alla tecnica psicanalitica per cui ciò che conta è il racconto e non la rappresentazione. Dopo un inizio più “cronenberghiano” con corpi in convulsioni e fuori controllo, ci si trasferisce su un piano decisamente più emotivo in cui le convulsioni sono quelle dell’animo. La scelta è evidente anche nel contrasto tra l’interpretazione dinamica della Knightley e quelle di Fassbender e Mortensen, molto più contenute e al limite del minimalismo. La vicenda vede infatti al suo fulcro una donna, che scatena conflitti e catalizza metamorfosi: in questo il film è “femmina”: ambientazioni fedeli, cura dei dettagli, belle calligrafie, colori pastello, pudicizia; ma anche toni grigi e malinconici, sintomo di intima e insondabile sofferenza. Con il suo mix irresistibile di sensualità quasi innocente, arguzia sferzante e mistero, paradossalmente la paziente Sabina è personalità consapevole mentre i suoi terapeuti appaiono dubbiosi e incerti. Ancora: la messa in scena irreprensibile come depistaggio, ciò che è anche in fin dei conti il fine ultimo della psicoanalisi: rivelare la mistificazione. Proprio questa continenza, e la sua rappresentazione, è un sintomo del malessere, della malattia che pervade le menti.

L’impostazione dell’opera è chiara sin dai titoli di testa: si tratta di un film “letto” più che parlato, a sottolineare l’approccio razionale e scientifico alla tematica, ma che mette anche in luce la debolezza della nuova terapia, almeno nella forma freudiana, in quanto intransigente e postulativa. Da una parte il fascino e il potere sconvolgente della parola, del racconto; dall’altra l’angoscioso tentativo di arginare tanta energia. Una volta di più osserviamo come cinema e psicologia siano così simili perché cercano di smuovere emozioni attraverso il racconto rigoroso: come la terapia che curando libera i demoni dell’inconscio, le immagini scatenano associazioni e incubi. Inevitabile in questa ottica la scelta di eliminare il campo/controcampo in favore di una ripresa in cui due personaggi appaiono contemporaneamente nella stessa scena, utilizzando la profondità di campo. Cronenberg giustamente si tiene ben lontano dal romanticismo che una storia del genere potrebbe ispirare, e così facendo mostra i drammi a cui porta ogni tentativo di autocontrollo. Il ricorso alla luce piena e alla purezza delle ambientazioni sono il ritratto di una Europa civilizzata, progredita ma anche repressa, laddove il gabinetto di Freud è oscuro e pieno di oggetti misteriosi, quindi potenzialmente pericolosi.