Uno sconvolgente e commovente ritratto d’artista che mette in discussione in modo radicale l’immagine accettata dell’artista maledetto e del mecenate rispettabile

Una immagine di All the Beauty and the Bloodshed.
Ci vuole un bel coraggio a mettersi contro una delle famiglie più ricche e senza scrupoli del pianeta. E se Nan Goldin ha da tempo raggiunto una certa sicurezza finanziaria (comunque quisquilie in confronto al patrimonio della famiglia Sackler), lo stesso forse non si può dire di Laura Poitras che, però forse rassicurata dal suo Oscar per Citizenfour1 e certamente accattivata dal carisma della Goldin e dall’enormità delle vicende raccontate, ha deciso di imbarcarsi in questo film. È cosa risaputa che il denaro può tutto, ma paradossalmente il suo nemico più pericoloso sono proprio le persone che non se ne curano minimamente, o che per lo meno non impostano la loro vita su di esso. È molto bello ed efficace questo modo in fondo molto pacato di mostrare un atteggiamento profondamente ed autenticamente rivoluzionario, un po’ come questa successione di foto di persone brutte sporche e cattive che vediamo di volta in volta esposte in musei patinati e gallerie (radical)chic. Così come le foto e le riprese della famiglia Goldin, apparentemente perfetta e felice, come in un album da mostrare agli ospiti, a poco a poco smontata con tono sommesso e voce grave e ferma dalle due figlie outsiders.
Questa strana mescolanza tra immagini d’archivio della famiglia Goldin e le opere fotografiche destinate ad essere esposte che sembrano semplicemente documentare un’epoca e che invece inglobano lo spirito e le emozioni nelle quali sono state realizzate, da cui scaturisce quasi spontaneamente, naturalmente, inevitabilmente uno spirito che i ben pensanti chiamano ribelle, mostrando il paradosso del semplice diritto ad essere se stessi. Il messaggio è chiaro: quando non si è miliardari la sola forza di cui si dispone è la volontà, e di questa forza erano, e sono, ben consapevoli le amministrazioni che per esempio agli inizi dell’epidemia di AIDS hanno fatto di tutto per far tacere chi denunciava politiche mirate solo alla stigmatizzazione delle vittime. Bisogna essere allora degli alternativi, dei drogati, dei devianti, insomma essere completamente fuori dal sistema, o quanto meno vederne chiaramente tutte le deviazioni, per agire con coerenza contro di esso e sapere cosa fare e come farlo, tema chiaro e scottante in questi tempi di sedicenti attivisti che sembra non riescano a fare a meno del loro smartphone e dei loro profili facebook e twitter.
C’è un metodo chiaro nella esposizione del materiale e del pensiero sottostante: come in una successione di approcci differenti, in cui la prima fase è la volontà di comprendere e la seconda quella di dare un senso ai fatti diversi. Quindi la fotografia, momento di analisi e osservazione, e poi la successione di diapositive, in una riflessione dinamica.
