Il paradosso di una società che da un lato limita la libertà delle donne e dall’altro scarica tutte le responsabilità su di esse

Kayjie Kagame in una scena di Saint Omer.
A differenza di tanti film di genere giudiziario in cui al centro c’è il conflitto tra accusa e difesa, con frequenti colpi di scena e ribaltamenti di ruoli, in questo film1 tutti, anzi tutte, dal giudice all’avvocato difensore ai personaggi di contorno sono donne, in qualche modo solidali con l’accusata, mentre gli uomini, in primo luogo il pubblico ministero, sono o platealmente inetti oppure semplicemente antipatici. Alice Diop in questo modo solleva lo spettatore dal dover giudicare e ci si può invece concentrare sul vero dilemma: l’infanticidio al centro della vicenda è il risultato di un atto inconsulto dovuto a una malattia psichiatrica o di una scelta precisa? E attraverso il personaggio di Rama permette poi di poter fare l’impossibile, cioè immedesimarsi nella madre infanticida, di certo alter ego della regista, ma nel film scrittrice e insegnante di letteratura “in carriera”, che vede fin troppe analogie tra la storia di Laurence e il suo vissuto per non temere di dover fare un atto inconsulto. L’aula del tribunale non è quella giuridica ma quella della società che giudica le donne.
Laurence non appare né buona né cattiva, ma nonostante certe uscite stravaganti come quando allude alle pratiche magiche rimane sempre molto lucida e razionale. Perché se qualcuno ha visto nel personaggio di Laurence un’allusione a Medea è soprattutto nel contrasto con la modernità e su quello che significa. E in fin dei conti più che le sue parole sono i suoi sguardi e il suo atteggiamento al limite dell’altezzosità a definirne il carattere. Un atteggiamento quasi provocatorio, ma necessario per dare un alibi allo spettatore, annientato da un atto così efferato e necessario per evitare che il parallelismo con Rama dia a Laurence un’aria troppo nobile. Molte delle sequenze nell’aula del tribunale, che per transposizione si estende a tutto il film si giocano proprio in questo contrasto di sguardi: mellifluo e sfuggente quello di Laurence, netto e penetrante e angosciato quello di Rama. C’è comunque una maturazione dell’intreccio con Laurence che da donna apparentemente sprovveduta e dalle capacità limitate si dimostra molto più consapevole della sua situazione e delle scelte che fa, altra faccia della donna in carriera Rama, così apparentemente sicura di se.
Alice Diop adotta un tono apparentemente sommesso, a prima vista l’unico per affrontare un atto così estremo senza scadere nel sensazionalismo, che in definitiva si rivela molto efficace perché sottilmente riesce ad evocare i momenti più drammatici, primo fra tutti l’abbandono della figlia sulla spiaggia in balia della marea montante, solo con l’evocazione della recitazione e pochissimi tocchi di suono e di luci.
