Come le droghe psichedeliche nel ’68, oggi sono internet e i suoi algoritmi a dare accesso ai paradisi artificiali: che però assomigliano più ad un inferno

Florence Pugh in una scena di Don’t Worry Darling di Olivia Wilde.
Sembra proprio che i nostri tempi non siano per niente adatti a trasmettere una sensazione di sicurezza, tranquillità e fiducia negli altri. In questa variante di Matrix in cui però i ruoli sono invertiti, il mondo attuale è fin troppo sporco, materialmente e metaforicamente, per incutere fiducia. Meglio allora gli anni cinquanta del secolo passato, con le loro illusioni di un’epoca di benessere e prosperità per tutti. Purché si seguissero determinate regole, come la caccia alle streghe del senatore McCarty ci ricorda fin troppo bene: il quartiere perfetto, la casa ideale, i vicini premurosi, ma il problema è proprio che tutto è troppo perfetto, e quindi succederà presto qualcosa di terrificante. È un’estetica che permette di trasmettere molto bene una sensazione di claustrofobia, perfino negli spazi aperti, anche se la Wilde preferisce i luoghi chiusi, per far risaltare il senso di persecuzione. Tutto per dare una rappresentazione, non proprio idilliaca, degli spazi cibernetici e delle cose terribili che vi possono avvenire.
In quest’epoca di profili più o meno veritieri quello che conta è crederci: per questo la sequenza della cerimonia di promozione è un’autentica farsa, ed è forse quella in cui tutti sembrano recitare, anche qui materialmente e metaforicamente, in maniera più convinta che in tutto il resto del film.
L’elemento però più importante di tutta la messa in scena è il parallelismo tra internet, algoritmi e psicofarmaci, sostanze psicotrope, diciamo pure stupefacenti. Anche in Matrix c’era una pillola, che però serviva solamente per discernere tra realtà e virtuale. Qui invece si dice chiaramente che internet e i suoi derivati sono proprio una droga.
