Colonialismo, guerre di religione, suprematismo, culto delle caste: il cinema contemporaneo rispecchia le inquietudini di un mondo pervaso dalla reciproca diffidenza (per usare un eufemismo)

Una immagine da Dahomey di Mati Diop.
Qui in occidente il periodo coloniale sembra ormai una fase lontana, nel tempo e nella concezione dell’agire politico, almeno nel dibattito pubblico. Eppure le continue tragedie di rifugiati che annegano nel Mediterraneo e lo stato di dipendenza dai cosiddetti aiuti umanitari di molte ex-colonie. Ventisei opere di epoca medievale, trafugate dagli occupanti francesi nel 1892, partono dagli scantinati del museo del Quai Branly di Parigi per ritornare a Ouidah nell’attesa che un nuovo museo venga ultimato a Abomey. I visitatori, bambini e adolescenti compresi, accorrono per l’evento e osservano con stupore opere di cui forse non avevano ancora mai sentito parlare, e prendono coscienza una volta di più del loro passato pre-coloniale. I dibattiti infuriano: non solo sulla inanità di una restituzione che rimane una goccia nell’oceano delle ricchezze e risorse sottratte in decenni se non secoli di dominazione europea, ma soprattutto sulla necessità di ridefinire una propria identità autonomamente dalle egemonie culturali, economiche e politiche esterne. Temi complessi di cui si discute da decenni e che probabilmente dureranno ancora a lungo, e il film di Mati Diop, Dahomey, sembra non volere o riuscire ad affrontare ma proprio per questo è efficace nel mostrare la vivacità di un dibattito che d’ora in poi dovrà svolgersi principalmente in Africa.
Nella sezione Encounters lo stato attuale della Croazia, le cui ferite delle guerre mondiali e locali sono ancora aperte, in Through the Graves the Wind Is Blowing
Dopo System Crasher, premio Alfred Bauer nel 2019, Panorama con The Outrun, metafora del malessere delle nostre società in cui tutti potrebbero esssere felici “ma” attraverso il racconto di una donna che pur con tutta la buona volontà non riesce ad integrarsi se non al prezzo di un percorso doloroso.
Mentre da Gaza continuano ad arrivare notizie devastanti, per la Berlinale Special Amos Gitai dà il suo contributo al dialogo e alla de-escalation con Shikun (in ebraico letteralmente “alloggio sociale”), ispirato alla pièce teatrale Il rinoceronte di Ionesco, un appello alla ragionevolezza e alla empatia più partecipe delle sofferenze reciproche, un inno alla complementarità delle diverse culture in un mondo globalizzato solo quando si tratta di traffico più o meno legale di valute e di merci.
Nella sezione Forum Deda-Shvili an rame ar aris arasodes bolomde bneli (Mother and Daughter, or the Night Is Never Complete) la storia di tre generazioni di registe, nonna, madre, figlia, in cui la novantacinquenne
