Xavier Dolan e Terry Gilliam arrivano a Venezia

di | 03/09/2013

In concorso anche Amos Gitai con un film commovente che e’ anche una sfida tecnica

XavierDolan

Xavier Dolan in “Tom a la ferme”

Il giovane talentuoso canadese Xavier Dolan sbarca al Lido con il suo thriller “Tom à la ferme” che non dà tregua né allo spettatore né soprattutto al povero protagonista del film, Tom (interpretato dallo stesso Dolan): cambi continui e improvvisi di ritmo, atmosfere, stili e una storia familiare a dir poco agghiacciante che prende forma lentamente e inesorabilmente. Ritratto di famiglia anche in “Miss violence” di Alexandros Avranas, lucido apologo sulle apparenze e sulla fragilità di una società in crisi non solo economica. “Parkland” di Peter Landesman ci riporta invece ai tremendi giorni dell’assassinio di John F. Kennedy: da fredda cronaca dell’attentato il film si trasforma in un racconto corale incentrato sull’impatto emotivo sulla gente comune di un evento traumatico per la società statunitense. L’ex Monty Python Terry Gilliam ci imbarca in un viaggio alla scoperta nientemeno che del senso della vita con “The Zero Theorem”: in una Londra futuribile e devastata (il Ridley Scott di “Blade Runner” ci aveva visto bene) l’informatico Qohen si barcamena tra equazioni quantistiche in forma di paesaggi e l’attesa di una telefonata rivelatrice. Bello ed emozionante, nella sua finta semplicità, l’atteso “Ana Arabia” di Amos Gitai, girato in un unico piano-sequenza nel cortile di una casa collettiva dove visse Ana Arabia, ebrea sopravvissuta all’olocausto e convertitasi all’islam per sposare il suo uomo: il viaggio nello spazio diventa un viaggio nel tempo e in una storia, o meglio storie, che sembrano invocare pace ed unità.

Uno strepitoso Tom Hardy regge tutto il peso del sorprendente “Locke” di Steven Knight, 85 minuti tutti girati in un’automobile per vivere una notte con Ivan a cui vanno tutte storte: dalla moglie che lo lascia al lavoro che va a rotoli e il parto difficile di un figlio frutto di una relazione extraconiugale. Ancora ottimo cinema con “Still Life” di Uberto Pasolini, tenero ritratto, partecipato ma mai retorico, profondo ma anche ironico, di un impiegato comunale il cui lavoro consiste nel trovare parenti o amici di persone morte in solitudine, efficace metafora visiva della solitudine metropolitana e della diffidenza ad affidarsi ai sentimenti. Daniele Gaglianone tratteggia un frammento di vita dei tanti migranti che (sprav)vivono in Italia in “La mia classe”: tra finto documentario e autentico cinema d’impegno il maestro Valerio Mastrandrea deve barcamenarsi non tanto per insegnare la lingua italiana ma soprattutto per conquistare la fiducia dei suoi allievi in un paese che non sembra amarli troppo.

Tempeste di neve in Sala Perla.

 

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