Un film che ha preso dieci anni per essere realizzato, visionario come l’architetto di cui racconta l’ardua vita

Guy Pearce e Adrien Brody in The Brutalist di Brady Corbet.
Rigore e meraviglia, asprezza e leggiadria, meschinità e sublime: Brady Corbet ci conduce nella (finta) vita dell’architetto “brutalista” László Tóth in una continua oscillazione di toni, soluzioni visive, ritmi. E per rappresentare l’opera mastodontica di Tóth, e del suo non meno megalomane (e ambiguo, per usare un eufemismo) mecenate e datore di lavoro Harrison Lee Van Buren, non aveva altra scelta che filmare in pellicola, nel formato più grande, il 70 mm. Il risultato è un’opera struggente per il modo in cui il protagonista, un eccellente Adrien Brody, attraversa con stoicismo eroico le prove più penose, quasi una figura biblica, ebreo fuggito dalla soluzione finale del Terzo Reich, di predestinato messo alla prova da un destino spietato. Peccato solo che nella proiezione per la stampa un problema con il mascherino abbia messo fuori fuoco una parte dell’immagine proiettata per buona parte delle quasi quattro ore di durata.
The Brutalist1 si inquadra nella ormai sempre più lunga lista di film che rivisitano, anzi diciamolo pure, criticano aspramente l’ormai logoro “sogno americano”: sotto la patina di automobili e vestiti scintillanti, una macchina alla perpetua ricerca di persone, giustamente definite “risorse umane”, da spremere senza pietà. Il brutalismo come filosofia di vita o esito di una vita difficile? I materiali più resistenti, gli angoli netti, il controllo meticoloso delle luci e dei contrasti, l’approccio geometrico, scientifico per dei fini di poesia visiva fanno da contraltare e allo stesso tempo metafora delle vicende personali di Tóth. Con il paradosso che la tenacia e fermezza di cemento armato e marmo di Carrara, e la maestosità di edifici di ispirazione cosmica, non riescano a contenere l’instabilità, l’imprevedibilità e l’intrinseca fragilità del corpo e dell’animo dell’uomo, che sia dedito a opere sublimi o loschi traffici. Quale migliore mezzo che la vecchia, tenace e concreta pellicola per fissare una vicenda umana altrimenti inafferrabile.
