Una riflessione sul potere e sulle narrazioni del potere nell’omaggio di Guadagnino al capolavoro di Dario Argento

Tilda Swinton in “Suspiria” di Luca Guadagnino
Guadagnino lo aveva dichiarato sin dall’inizio: il suo Suspiria non sarebbe stato un semplice rifacimento del film di Dario Argento ma un omaggio. E così è stato: dell’originale ha mantenuto quasi tutto tranne che l’ambientazione: invece che a Friburgo, la vicenda ora si svolge a Berlino, e siccome anche l’anno è rimasto lo stesso che nell’originale, il 1977, la città è ancora ovviamente divisa, e la scuola di danza si trova proprio di fronte al muro. Guadagnino trova un perfetto equilibrio tra le allusioni al lavoro di Argento, soprattutto nell’estetica dei temi vagamente liberty delle decorazioni degli interni della scuola di danza e in alcuni oggetti (particolarmente degno di nota il lampadario della sala prove) e i suoi contributi originali.
I frequenti cenni alla cronaca politica ci ricordano che il 1977 è stato un anno cruciale nella storia recente: gli exploits sempre più audaci dei terroristi delle Brigate Rosse e della RAF che segnano la fine dell’utopia rivoluzionaria cominciata con il 1968 e continuata con l’avanzata del partito comunista in Italia e con le lotte femministe, e il trionfo del pensiero unico consumista che avrebbe poi spadroneggiato negli anni ’80. In una vicenda come quella di Suspiria in cui tutti i personaggi, eccetto qualche trascurabile eccezione, sono donne, organizzate in una comunità con una precisa gerarchia, l’allusione alle lotte di emancipazione di donne e popoli oppressi è più che naturale. In più il fatto che si tratti di una scuola di danza, una disciplina classicamente considerata tipicamente femminile, pone il centro dell’attenzione ad un ambito ben preciso. Ma come nell’originale di Argento, anche per Guadagnino non c’è una gran differenza tra un mondo patriarcale e un mondo governato dalle donne: già nell’originale la direttrice della scuola era una autoritaria, acida e inflessibile Alida Valli, mentre qui il ruolo è coperto da Tilda Swinton, forse l’attrice più androgina in circolazione (che peraltro veste anche i panni di un uomo, lo psicanalista Klemperer). Il problema sembra essere proprio la gestione del potere: non è un caso che nella nostra cultura una donna degna di rispetto è quella che mostra di avere “gli attributi”, ovviamente virili.
Ora, nel sentire comune il potere viene esercitato dalla politica: e quale altra disciplina somiglia di più alla politica se non la danza? Corpi che sembrano volare, che volteggiano con grazia al costo di anni di massacranti esercizi e duri sacrifici: proprio come nella politica in cui tutto è apparenza, mentre il lavoro sotterraneo è riservato a pochi iniziati. Le sequenze dell’esecuzione della allieva ribelle Olga all’inizio del secondo capitolo del film e dello spettacolo nel penultimo capitolo sono esemplari nell’inversione apparente dei ruoli: la sua carnefice Susie esegue raffinati passi di danza di fronte alle insegnanti e alle altre allieve e di fronte al pubblico ammirato, mentre l’agonia di Olga si svolge in una sala sotterranea. Nella prima sequenza Olga è da sola ma in piena luce e circondata da specchi che ne riflettono l’immagine all’infinito: è sotto gli occhi di tante sue repliche, proprio come nella realtà ordinaria in cui interi popoli assistono allo scempio che viene fatto dei loro diritti ma non vedono i loro carnefici.
Guadagnino rende omaggio anche al contenuto esoterico del film di Argento, in modi però atipici: nello spettacolo di danza gli occhi di Sara e Susie cambiano colore, gli uni diventando azzurri, gli altri castani, come gli occhi di un artista che proprio in quegli anni avrebbe realizzato a Berlino alcuni dei dischi più significativi del periodo, David Bowie. In un’allusione più esplicita, nella camera di una delle allieve si intravvede nella penombra un poster dello stesso Bowie nell’atto di disegnare l’albero della vita della tradizione cabalistica. La foto risale ad un periodo in cui Bowie era in preda a manie allucinatorie legate alla stregoneria e a forze soprannaturali. Ma l’albero della vita, per quanto occulto, è pur sempre uno schema, un modo certamente molto grezzo, in mancanza di strumenti più scientifici, di sistematizzare la realtà: ed il regolo che si vede all’inizio di ogni capitolo del film ci ricorda di quanto la danza necessiti di razionalità e calcolo, nonostante le apparenze di naturalezza e improvvisazione. Ed ogni riferimento simbolico al potere e alla sua faccia meno impresentabile, la politica, è decisamente voluto e non casuale.
