Decostruire Hollywood, ricostruire Hollywood. Alla maniera di Tarantino

di | 26/12/2019

Alla fine, il modo in cui sono andate le cose conta, ma neanche troppo.
Più importante – non sempre, ma spesso – è il modo in cui le cose decidiamo di ricordarle, raccontarcele e raccontarle ad altri.

 

1969. La giovane e promettente Sharon Tate (Margot Robbie) si trasferisce con il marito Roman nella casa a fianco a quella di Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), stressatissimo e semidepresso attore televisivo che sta facendo i conti con la sua deludente carriera cinematografica. Al suo fianco Cliff Booth (Brad Pitt), controfigura di professione, attaccabrighe ma dannatamente simpatico, chauffeur, elettricista, amico di Dalton.

In ascesa la carriera di Sharon, in arrestabile declino quelle di Rick e Cliff. A fare da sfondo, impresari poco raccomandabili, set cinematografici della Hollywood che fu e alcuni strani ragazzi che hanno occupato un ranch e vengono guidati da un certo Charlie. E alla fine una cronaca molto particolare della notte in cui i sicari di Charlie vanno in gita a casa Tate…

C’era una volta… a Hollywood offre agli spettatori una trama piuttosto lineare che, se da una parte non è avara di flashback anche piuttosto brillanti, dall’altro lato potrebbe deludere chi vada a tutti i costi a cercare il caos organizzato degli intrecci di Pulp Fiction. Ma va bene così: il dinamismo tarantiniano viene conservato, anche se la narrazione diventa in un certo senso più distesa e quasi in cerca di un tono nostalgico.

Quella di Tarantino è un’operazione di memoria, come lui stesso ha ammesso: è la sua infanzia e la sua formazione. È il sogno americano, ma come lui se lo ricorda. Eppure, si tratta di un sogno che rimane una decostruzione e ricostruzione sentimentale, un omaggio sui generis che restituisce agli spettatori una Hollywood grottesca e disincantata il giusto, verosimile ma forse non del tutto reale. E alla fine…chi se ne frega? Forse, e dico forse, non è poi così necessario che una storia, per essere godibile, sia completamente aderente alla verità storica: neanche se prende spunto o fa finta di raccontare fatti di cronaca o biografie.

Il problema è che troppo spesso cerchiamo di dare una morale alla nostra storia, alle azioni compiute e a quelle non compiute. Dovremmo invece rassegnarci: la nostra storia non ha una morale. La nostra storia si svolge. Punto. E dovremmo godercela per quel che è: divertimento, gioia, tristezza, malinconia, sofferenza. Come per i film di Tarantino: cosa ci vuole dire Tarantino con i suoi film?
Niente. Sono storie che divertono. Guardi il film e ti diverti. Non deve obbligatoriamente esserci dell’altro.

I miti del divismo vengono fatti a pezzi e rimontati e il buon Quentin compie l’operazione con l’intelligenza del cineasta colto e raffinato: prende tre divi contemporanei e cambia loro i connotati.
Leo DiCaprio, allo stato attuale fra i più affermati attori del mondo, si trasforma in un istrione di serie B smemorato, rancoroso e sconfitto.
Brad Pitt, tanto affermato quanto Leo, diventa uno stuntman a cui nessuno vuol più dare lavoro e che per campare fa da factotum (autista, elettricista e altro) a Leo.
Margot Robbie, attrice di enorme personalità, si trasforma in una Sharon Tate volutamente sottotono, semplice e ingenua.

A fare da cornice, Charles Manson che non viene mai visto né nominato (se non chiamandolo genericamente Charlie, come abbiamo detto) e la sua diabolica corte dei miracoli che per l’occasione fa quasi tenerezza più che orrore e ribrezzo.
Set cinematografici e location per nulla sfavillanti.
E tutto il cinismo dello star system come te lo immagini se non credi a lustrini e paillettes: brutale, calcolatore; stronzissimo.

Alla fine, non ricordi mai solamente per ricordare. Ricordi per dare un senso al presente e importa a nessuno che le tue memorie vengano risistemate in modo da coincidere con quel che a te e soltanto a te va di dire o credere. Forse la morale è questa.

Si sprecano le citazioni, e questo ce lo aspettavamo. Alcune evidenti altre meno, potrebbero forse essere considerate l’unico possibile limite del film. Chi conosce le storie della Hollywood e degli Stati Uniti degli anni ’60 se le gode; chi non le conosce rischia di guardare certe scene e avere la sensazione che gli stia sfuggendo qualcosa.
Probabile che per apprezzare il film occorra per due ore dimenticarsi di cosa sono state pietre miliari come Le iene, Pulp Fiction e Kill Bill e ricordarsi delle dinamiche da “Storia alternativa” di Bastardi senza gloria e Django Unchained. Dopodiché, ci si può abbandonare ad una narrazione intelligente e divertente, non priva di trovate davvero brillanti.

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