Intorno ai classici. Rocky e la sempreverde poeticità dell’outsider

di | 15/12/2019

Rivedere un classico sul quale il tuo immaginario  di adolescente ha costruito la tua personalità. Ritrovarcisi, anni e anni dopo.

 

Mi avvio in piazza Maggiore pensando al bilancio del mio primo anno da libero professionista. Mazzate, ecco la parola che mi viene in mente. Me lo avevano detto e ripetuto. È normale, non deprimerti e non arrenderti, ché poi la ruota gira. Mazzate.

Sfidate chiunque a citare una o due scene tratte da Rocky e chiunque citerà le medesime. Sempre quelle. La corsa trionfale lungo la scalinata di Filadelfia, l’allenamento con i quarti di bue. E ovviamente: «Adriaaaana!!!!».

E va da sé che, anche per me, l’intera mitologia di Balboa era legata a quell’immaginario lì. L’epica del campione, insomma. Eppure, a rivederlo dopo svariati anni, mi sono accorto che quell’immaginario non rende giustizia ad un film scuro, drammatico: un film la cui epica è “storta”, ecco.

E Rocky…

Rocky, prima di diventare un campione, è un uomo che ha poca idea di cosa chiedere alla vita. A dirla tutta, è un cafoncello italoamericano che nemmeno parla: bofonchia, biascica e, se tenta di essere brillante, appare stupido in maniera imbarazzante.

La Filadelfia in cui si muove gli fa da cornice alla perfezione; grigia, fredda e in qualche maniera decadente, la città regala al protagonista un campionario di comprimari da manuale: lo strozzino dal cuore tenero, l’allenatore fallito, la brava ragazza priva della minima esperienza con gli uomini, il bonaccione alcolizzato, inetto ma tutto sommato simpatico. Personaggi che potrebbero essere macchiette ma non lo sono, avvicinandosi invece alla poesia urbana di un Tom Waits. E vivono in un posto le cui atmosfere saranno riprese (mutatis mutandis) dallo Springsteen di Streets of Philadelphia.

Come anche l’anno scorso: mi tocca rifare tutto daccapo. Fra le cose che non ho fatto come si deve, le cose lasciate incompiute, le cose che ho fatte bene ma che sono andate in malora comunque per sfortuna o cause di forza maggiore; in tutto questo, mi tocca rifare tutto daccapo. Gente attorno a me sembra avere fiducia che da un momento all’altro ci sarà la svolta. Non so: forse sono troppo ottimisti.

Tutta la pellicola gira intorno ad un riscatto che lo “stallone italiano” non riesce a procurarsi da solo e che arriva per volontà altrui (senza dilungarmi: Apollo Creed, campione del mondo dei pesi massimi, arriva a Filadelfia per disputare un match in occasione del Bicentenario degli USA. Nel momento in cui il suo avversario ufficiale si infortuna, lui decide comunque di disputare l’incontro. L’idea di marketing è semplice: il grande Apollo è talmente grande che darà la possibilità ad un pugile “qualsiasi” di avere il suo momento di gloria. Anzi, Apollo metterà in palio il suo titolo. La scelta dello sfidante avviene in maniera piuttosto curiosa: un nome che suona bene e l’origine italiana che fa sempre bella e pittoresca figura).

Più o meno trent’anni, Rocky si domanda quando (se) arriverà la sua occasione, e non manca chi gli fa notare che se occasioni non ne sono ancora saltate fuori è in fin dei conti perché lui non le ha cercate come si doveva.

Più o meno a fine aprile, mio cugino – il cugino di successo, quello arrivato, quello figo e intelligente a cui chiedere consiglio, tanto per intenderci – mi fa: «Ma non è che c’è qualcosa che dovresti fare per la tua carriera a cui proprio non hai ancora pensato? Qualcosa che ti sfugge e proprio per questo ti impedisce di decollare?».

Questa è la forza della creatura di Stallone (autore della sceneggiatura e candidato all’oscar sia come miglior attore protagonista sia come sceneggiatore): la stessa forza di tutta la grande letteratura statunitense che ritroveremo, fra gli altri, anche in Forrest Gump. L’emarginato, l’outsider che si domanda: «Ma il mio momento verrà mai? Ce la faccio? Ce la posso fare?».

Io non me lo ricordavo così lungo, il film. Soprattutto, avevo dimenticato che in tutta la pellicola la scena del match occupa uno spazio tutto sommato assai risicato e perfettamente funzionale allo scopo: raccontare una favola urbana fatta di strade sporche, interni fatiscenti, vestiti lisi e sgualciti. Tacchino il giorno del ringraziamento e gli USA come terra di opportunità che tutti dicono a disposizione di tutti ma che tante volte rimangono soltanto leggenda.

E poi c’è la morale suprema da cui non si sfugge: il riscatto si conquista sputando il sangue, ed è molto improbabile che arrivi nelle forme che speri. È questione di tempo, tanto tempo. Che a volte nemmeno possediamo.

Il combattimento a cui Rocky si sottopone gli consegna soltanto la vittoria morale derivante dal fatto che tutti si aspettavano di vederlo svenire alla fine della seconda ripresa e invece no, lui si fa tutto l’incontro e si difende pure bene. Le dà e le prende. E alla fine, sembra pure comprendere che forse, il traguardo vero non sta necessariamente dove, fino al termine dell’incontro, lo aveva cercato. Il suo traguardo lo sta osservando dalle file del pubblico. Rocky lo chiama a sé.

Adriana, sì.

Lieto fine che come tutti sappiamo fine non era e consegna del film alla storia del cinema. Sipario.

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