nel nuovo film di Yorgos Lanthimos

Colin Farrell e Rachel Weisz in “The Lobster”
Gran premio della giuria a Cannes, “The Lobster” è uno strano film che si situa tra distopia surreale e . Con le sue ambientazioni precise e l’ordinata successione delle scene, il film è una metodica e pungente riflessione sulla semplicità dei sentimenti e nei rapporti umani, sugli opposti e sulle presunte affinità tra estranei. In un mondo ossessionato dai cosiddetti social network, in cui i sentimenti sono espressi e resi pubblici istantaneamente e le relazioni sociali sono intrattenute senza sosta, il film analizza il ruolo della visione, della rappresentazione e della comunicazione nelle comunità, con inaspettati e inquietanti analogie e salti temporali: le premesse indicano chiaramente che il film si colloca nel futuro, ma le atmosfere, ispirate sia dai luoghi che dai modi con cui i personaggi interagiscono tra loro, alludono piuttosto al passato, tempi e situazioni non sempre auspicabili.
Visione e rappresentazione: ovviamente non è un caso che i due protagonisti principali abbiano problemi di vista e che alla fine finiranno entrambi ciechi. Del resto un eccesso di informazione e una comunicazione spasmodica (come non pensare ai milioni di persone che si aggirano ingobbiti sul loro smartphone senza quasi avere la percezione di quello che accade loro intorno nella realtà vera) non può portare che alla saturazione, rappresentata nelle scene di caccia attraverso sedazione.
Ogni personaggio viene catalogato/inventariato attraverso una sola caratteristica: quindi abbiamo la donna senza cuore, quella con l’epistassi, l’uomo che balbetta, l’uomo che zoppica. Sono le tragicomiche conseguenze della riduzione della personalità a semplici elementi, come la preferenza nell’accoppiamento per elementi analoghi: un incasellamento senz’altro utile per la gestione computerizzata dei rapporti umani ma forse non molto diverso dai meccanismi “naturali” dell’attrazione che a quanto pare si basano sulla prima impressione, attraverso segnali chimici o non-verbali. Per non interferire e non distrarre da questa disarmante semplicità i movimenti di macchina sono ridotti al minimo. Anche le ambientazioni ridotte all’essenziale: l’hotel con le sue camere tutte uguali, le architetture geometriche e regolari della città; anche la natura è fin troppo perfetta.
