Giovani e meno giovani, tutti un po’ disorientati nel Cile del dopo dittatura, e una città del futuro nata vecchia (e forse già morta) al festival di Locarno

Demian Hernández in Tarde para morir joven di Dominga Sotomayor.
Un gruppo di amici con le rispettive famiglie parte in campeggio per festeggiare il nuovo anno: in Tarde para morir joven1 Dominga Sotomayor delinea un bel ritratto di un’umanità fluida in cui tutti cercano dei punti di riferimento a cui aggrapparsi, tra adolescenti alle loro prime esperienze amorose e adulti alle prese con il ritorno alla democrazia del dopo Pinochet. Il film oscilla tra ambientazioni e atmosfere ben definite che improvvisamente vacillano in uno spazio-tempo indefinito. Ancora nel concorso internazionale, Kent Jones segue Diane2, interpretata da Mary Kay Place, nei suoi vagabondaggi tra un figlio che dalla droga passa al fanatismo religioso e amici che poco a poco se ne vanno. Jones ambienta il suo film nel rigido inverno degli anonimi dintorni metropolitani della costa nordorientale degli Stati Uniti, quasi a voler ridurre il più possibile l’impatto emotivo di una storia di grande solitudine.
Nella sezione Signs of Life il diario di Dídio Pestana in Sobre tudo sobre nada3, frammenti di super 8 che illustrano la fragilità dell’anima e la tenacia dei ricordi, il bisogno di elaborare perdita e fallimenti, e di andare avanti nonostante tutto.
Nella sezione Cineasti del Presente il nuovo film di Virgil Vernier: Sophia Antipolis4 è un polo tecnologico sulla costa azzurra, secondo i suoi fondatori il luogo dove le menti migliori di tutto il mondo si incontrano e immaginano e progettano il mondo del futuro. Fatti strani però accadono nei moderni edifici e nelle strade pattugliate dagli agenti della sicurezza: tra santoni improvvisati e gangs di neofascisti, a sconcertare non sono tanto lo squallore e il vuoto di ambienti urbani e complessi edilizi pensati per incoraggiare la socializzazione quanto la distanza e lo sguardo perso dei suoi abitanti.
