Il silenzio degli androidi

di | 15/11/2017

Un film sul (fascino del) potere delle macchine diventa una riflessione sui loro creatori e la loro intrinseca precarietà

Ryan Gosling in "Blade Runner 2029"

Ryan Gosling in “Blade Runner 2049”

Non deve essere stato difficile per Ridley Scott scegliere il candidato ideale per la continuazione del suo capolavoro del 1982. Denis Villeneuve, con il suo fascino per le forme tra l’organico e l’inorganico, entità chiaramente artificiali ma che assomigliano a organismi naturali, esseri/macchine che vogliono imitare l’armonia di oggetti naturali, non poteva lasciarsi sfuggire questa occasione. Laddove Scott era riuscito con grande maestria a collocare i turbamenti dei suoi androidi in cerca di umanità nel momento di passaggio dal mondo metallico post-industriale a quello ultra-colorato e fosforescente dei primi anni ottanta, anticipandone le luci dai forti contrasti, soprattutto negli interni, Villeneuve fa di necessità virtù e fa proprie, e dei suoi personaggi, le caratteristiche di questo inizio secolo: forme sinuose che evocano il mondo fantasy ma chiaramente realizzate al computer, onnipresenza di gadgets elettronici sofisticatissimi che però mostrano qualche problema di funzionamento, musiche in cui il materiale melodico/armonico cede sempre di più alle componenti ritmiche. Villeneuve riprende e soprattutto rielabora le vicende degli androidi di Philip Dick dal punto in cui Scott ci aveva lasciato: i battiti della città e degli androidi (e dei cacciatori androidi) allo sbando, i chiaroscuri di edifici un tempo maestosi, ora in rovina. E se l’estetica post-punk di Scott era il modo più naturale per raffigurare una generazione che reclamava il diritto alla libertà e all’individualità, la ribellione di androidi costruiti in serie e programmati per eseguire compiti definiti, per Villeneuve la prospettiva si inverte: il suo è un mondo di esseri umani che osservano la realtà dallo schermo di uno smartphone, per i quali un evento non è realmente vissuto se non è registrato e archiviato; di uomini e donne che in definitiva aspirano a diventare delle macchine, alla ricerca della rassicurante solidità e ripetitività di algoritmi infallibili, mentre il mondo esterno, si tratti degli altri membri della società o della natura, sembra totalmente fuori controllo.

Il “Blade Runner” di Villeneuve è visivamente sovraccarico, saturo in molti casi, anche, e forse soprattutto, quando l’immagine è apparentemente vuota, come nella sequenza iniziale nella nebbia o nella desolazione della città proibita. Nella parte sonora invece si va per sottrazione: musica molto discreta, quasi inesistente, e lunghi momenti di silenzio, interrotti dal fragore di qualche strumento meccanico, dal battito ripetitivo di un motore, da vibrazioni a bassa frequenza di componenti elettromagnetiche, dal crepitio delle armi. La compagna di K, Joi, che è ancora più virtuale dell’androide, non fa che parlare, muoversi, quasi a voler compensare, superare la propria non-realtà. E paradossalmente proprio l’imperfezione nella (ri)produzione (interruzioni, scatti, perdita di dettagli) contribuiscono a renderla più umana: l’imprevedibilità e il caso che invece di destabilizzare rassicurano. Villeneuve mette in scena, al di là delle immagini, su un piano puramente uditivo, un dialogo tra i silenzi di un circuito elettronico, per definizione inorganico, e le esplosioni di vitalità di non-esseri che cercano disperatamente di emergere da un mare indefinito e indistinto, come fanno in effetti K e Deckard nella sequenza finale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *