Il pianeta degli asini

di | 21/03/2020

Come una circostanza eccezionale (e speriamo che sia davvero eccezionale anche se ho i miei dubbi) può farti apprezzare un film che altrimenti avresti snobbato con una alzata di spalle

Luke Wilson in Idiocracy

Luke Wilson in Idiocracy

Per uno come me che al di fuori dell’ambito lavorativo usa pochissimo internet e conosce Netflix solo per sentito dire, solo l’obbligo di restare chiuso in casa causa pandemia poteva forzarmi a scoprire ed esplorare i tanti canali VOD (View On Demand, visione a richiesta) che limitatamente a questa fase di quarantena offrono gratuitamente accesso ai propri archivi. Attirato dal titolo che mi ricordava il noto Videocracy1 di Erik Gandini, per puro caso sono capitato su un film statunitense di cui non avevo neanche mai sentito parlare, Idiocracy2. E siccome non leggo mai la trama prima di vedere un film (e di solito neanche dopo averlo visto),  quale sorpresa nello scoprire che si tratta del ritratto di una società distopica in un futuro molto lontano in cui l’involuzione della razza umana l’ha portata al collasso ecologico, economico ed ovviamente sociale. Beh, almeno non si parla di virus e pandemie: va bene la coincidenza ma c’è un limite a tutto.

Le immagini del prologo non sono molto incoraggianti, con l’estetica e lo stile catastrofistico ed elementare dei peggiori documentari televisivi, nella logica secondo cui bisogna utilizzare un linguaggio “alla portata di tutti”, quindi perfetto per illustrare quel “tutto cominciò quando”. Poi il tono si fa decisamente farsesco, e si entra nell’incubo. Perché nonostante la chiara impostazione ironica, per non dire sarcastica, nella critica di una società per cui non esiste altro valore che quello monetario, ed anzi quanto più il regista sembra voler calcare la mano sugli aspetti umoristici, eminentemente surrealistici, della vicenda, tanto più la sensazione di straniamento e smarrimento aumenta, e raggiunge il suo apice nel finale con la lotta tra il gladiatore buono e quello cattivo, con tanto di gagdets ipertecnologici, ridicolmente sproporzionati per dimensioni e potenza. Uno dei meriti di questo film è di mettere in discussione l’immagine positiva della tecnologia che, almeno nel cinema mainstream, gode quasi sempre di buona fama come strumento di progresso: qui non si tratta tanto di una critica a tecniche sofisticate come la raccolta di dati personali e l’intelligenza artificiale, ma ad un livello molto più elementare la constatazione che anche il computer più potente farà cose idiote se il suo programmatore è un idiota. Con annesso senso di impotenza, visto che con una macchina non si può discutere: il codice a barre verrà comunque tatuato sulla pelle del braccio (ogni riferimento ai lager nazisti è chiaramente voluto), pronto ad essere scansionato in ogni momento dagli innumerevoli dispositivi laser disseminati dappertutto.

Altro elemento di spaesamento: il pianeta degli idioti di Judge sembra più un villaggio in sfacelo che un enorme conglomerato urbano, ma un villaggio in cui ogni interazione è evitata, amicizie ed affetti non esistono più, l’altro è visto come un estraneo, potenzialmente aggressivo. E le immagini panoramiche ricordano nella composizione, nella luce e nei colori certi dipinti di Breugel il vecchio, e nel contenuto surreale certe atmosfere di De Chirico. Le immagini notturne sono forse le più inquietanti: senza il distacco rassicurante della megalopoli in rovina, ma pur sempre futuristica, di Blade Runner, la Washington dissestata di Judge, con le scorribande dell’esercito di umani e di robot contro pericolosi fuorilegge, colpevoli di essere troppo intelligenti, logici e razionali, assomiglia fin troppo alle scene di tracciamento, con annessa riprovazione morale, dei potenziali appestati che cominciamo a vedere nella pandemia che si è scatenata intorno a noi.

  1. Videocracy, regìa di Erik Gandini, Svezia-Danimarca-GB-Finlandia 2009, 85′  
  2. Idiocracy, regìa di Mike Judge, USA 2006, 84′  

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